Scusami un secondo

25 marzo 2019

C’era Peppe, c’era Mimmo, c’era Antonio, c’era pure Michele, c’erano tutti. D’altra parte era un momento importante, perché Massimo adesso era il sindaco, ed era stato appena eletto, e voleva offrire una pizza a tutti i suoi vecchi amici. Massimo era sempre stato bello senza sforzo, i vestiti gli andavano perfettamente come ai manichini, e aveva un buon odore pure senza usare il profumo. La gente era normale che lo votasse, perché sui manifesti aveva pure un bel sorriso. Certo, potevi non essere d’accordo con le sue idee, ma a un sacco di gente le idee non interessavano. Dicevano che era un bel sindaco.

E Massimo era un bel sindaco e sedeva a capotavola. Peppe era venuto con la seconda moglie. Dalla prima non aveva avuto figli, si erano separati dopo pochi anni. Questa qui era incinta, e i due si erano sposati nemmeno due mesi prima. Peppe aveva ordinato la pizza col salamino piccante e si lamentava che fosse troppo piccante. Diceva che gli avrebbe dato l’acidità di stomaco. La moglie disse “non mangiarla”.

Mimmo stava parlando con Antonio. “Non ho capito allora adesso dove lavori, a Verona hai detto?” “No quale Verona, sono ad Ancona” “Ah Ancona, e perché voti ancora qui?” “Perché ho la residenza qui, mi conviene”. Mimmo morse la margherita. “Ah. Ma poi ti trasferisci qui o rimani ad Ancona?” Antonio ci pensò un secondo. “No, rimango lì, ci sto bene. Poi la mia ragazza è di Ancona”. Questo chiudeva la questione per cui Mimmo cambiò discorso. “Hai visto la Juve?”

Michele era seduto accanto al sindaco. Era sempre stato il suo migliore amico. A scuola sedevano insieme, copiavano i compiti, si passavano la palla a basket, puntavano le stesse ragazze e giocavano agli stessi videogiochi. Michele era stato un bel ragazzo, ma era diventato un uomo stanco. Aveva sempre una piega ai lati delle labbra che lo facevano sembrare triste pure se non lo era, e si vestiva in modo anonimo. La gente si scordava di lui e non gli dava retta. Così lui era abituato ad ascoltare, più che a parlare, e sapeva più cose degli altri mentre gli altri non sapevano niente di lui.

Massimo, il sindaco, gli stava dicendo che sua figlia aveva già cinque anni, e che andava in prima. Stava andando avanti da alcuni minuti. “E’ brava, allora” “Sì sì, non perché sono suo padre, figurati, non sono uno di quei genitori lì. E chi ha tempo di farle vedere i compiti, li fa da sola. Meno male!” “Sì meno male. Devi lavorare un sacco.” “Sì guarda nessuno si immagina quanto tempo passi al telefono, e a parlare con la gente. Scommetti che entro 5 minuti mi arriva qualche messaggio?” Michele meccanicamente buttò l’occhio al suo smartphone e gli venne da chiedere: “ti ricordi quando ti chiamavo sul telefono di casa?” Massimo tagliò la sua bianca e poi prese un pezzo con le mani, senza rispondere. “Ti chiamavo praticamente ogni giorno. Sembra un secolo fa”. Il cameriere venne a portare una nuova birra, e il sindaco gli fece un cenno. Voleva ringraziare il proprietario per non so cosa.

Michele si girò a destra, sua moglie chiacchierava con la moglie di Antonio, il quale discuteva della Champions. La moglie del sindaco era al bagno. Peppe era uscito a fumare. Il sindaco gli rivolse nuovamente la parola: “dicevamo?”.  Michele rispose di malavoglia. “No, sono stati gli anni più belli quelli di scuola per me.” Poi fece una piccola pausa, come se non volesse veramente proseguire. Ma il sindaco non rispondeva. “Per te invece?” Massimo sorrise. “Sinceramente nemmeno me li ricordo più ormai. Gli anni più belli sono adesso.” Poi gli squillo il telefono. “Scusami un secondo”.

2 Commenti a “Scusami un secondo”

  1. Attanasio Grunto Scrive:

    Quando ti leggo penso che tu sai come descrivere quel certo tipo di malessere non precisamente definibile, fatto di tante cose… di assenza, di cose non dette, di possibilità svanite, di malinconia…

    Molto bello, complimenti.

  2. adamo Scrive:

    Grazie! Sì mi piace scrivere di queste sensazioni qui, sono quelle che conosco meglio, sarà per questo

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