il post in cui tutto svanisce
4 Maggio 2009Passò il camion del latte. La saracinesca annunciò l’alba prima del sole.
La prima cosa che vidi furono i vestiti appoggiati alla sedia, la cravatta che si agitava lievemente all’entrare del venticello del mattino. C’era il posacenere carico di mozziconi, lo schermo in standby: l’aveva lasciato acceso anche stavolta. Mi alzai a fatica, misi i calzini e andai in bagno. La biancheria era ancora bagnata.
Passò il treno delle 6 e trentacinque. La strada era ancora vuota, si udiva il rumore della caldaia.
C’era la crosta sui piatti: aveva scordato di metterli in ammollo col detersivo. Il caffè stava per finire, ed era solo giovedì, l’indomani non ne avremmo avuto a colazione. Calpestai il solito mozzicone di sigaretta a terra e sul tavolo ancora i bicchierini del liquore, lì dove li avevamo lasciati. L’orologio, sulla porta: tornai a letto.
Non si era mosso, dormiva ancora, respirando a fatica, il copriletto solo all’altezza del petto, la maglietta bianca e la piega sul cuscino. Non osai fissarlo: temevo che si sarebbe svegliato. Restai a guardare l’ora proiettata sul soffitto. Odiavo quella radiosveglia. Poi il sole entrò dai buchi nelle persiane, ci illuminò i piedi sotto le lenzuola. Aspettai che si facessero le 7 per toccargli la spalla: “sono le 7″.
“Sì, solo 5 minuti”. Diceva sempre così. “Faccio il caffè”, era la mia battuta.
“No lo faccio io non ti preoccupare”, mentiva. “Tranquillo, resta pure a letto, tanto il tempo c’è”, a voce più alta.
Gli portai il caffè ma era già andato in bagno, come al solito. A guardarla ora la stanza faceva schifo, puzzava. Aprii le persiane e restai a godermi l’aria fresca, gli occhi chiusi, finché non sentii il rumore della tazzina sul tavolo. Mi voltai e vidi che sorrideva. L’alba svanì, come al solito.
