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il post della porta chiusa

29 gennaio 2010

Nel mio sogno ero ospite in questa casa bellissima e pulita e non ero l’unico ospite. Ero ospite ma ero lasciato lì. La gente parlava e rideva di cose cretine e io ero seduto dove mi avevano fatto sedere e non ridevo e non parlavo e nessuno mi guardava.

Poi gli ospiti se ne andarono nell’altra stanza e se ne andarono tutti con loro e nessuno badò a me, non mi dissero vieni anche tu, non mi dissero niente, io restai lì nella cucina pulitissima, il legno lucido, il sole dalle finestre, il lavello d’acciaio e il pavimento splendido. Aprii la porta dove erano andati tutti, ma non feci rumore. Così c’era un corridoio di quelli bianchi, lindi, dritti, dove non ti puoi perdere perché puoi solo andare verso l’altra porta, ma quella porta era chiusa a chiave. E la porta dietro di me non c’era mai stata.

Così restai intrappolato nel corridoio e desiderai di svegliarmi. Ma nel mio sogno io soffrivo come quando guardi con quegli occhi qualcuno che non ti guarda per niente, e quel qualcuno sorride e parla e ti ignora. Non è un paragone, è proprio quel tipo di sofferenza lì. Nel mio sogno io vedevo i volti dei volti che non voglio più rivedere e avevano tutti la stessa faccia. Io ero lì, costretto a sognare i miei sogni svaniti.

Ma senza chiavi la porta non si aprì e non mi curai neanche di bussare, perché avevo paura che non mi aprissero o forse perché non ero sicuro di volere che mi aprissero. Volevo chiudere gli occhi e concentrarmi, per svegliarmi. Così scelsi di restare lì ad aspettare che il sogno finisse, come del resto sempre faccio, anche da sveglio. Per cui quando mi sono svegliato è svanito tutto, eccetto la solitudine.

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