Posts Tagged ‘amore’

voglio una notte di mille baci

20 Novembre 2007

Voglio una notte di mille baci, di baci sulla bocca, sulla fronte, sugli occhi, di baci, di mille baci e di un bacio in più. Una notte che è sempre l’alba, una notte che dura un secondo, una notte di respiri, di pelle, di abbracci. E di mille morbidi baci.

Voglio una notte che è notte una notte intera, di baci sulle guance, sul collo, sulle mani, di baci, di mille baci e di un bacio ancora. Una notte che le braccia stringono, che le carezze parlano, che le mani dicono.  E voglio i sorrisi, i silenzi, gli occhi. E le mani.

 

Voglio una notte da vergine d’anima, una notte che non finisce, che acceca, ammutolisce, annienta. Una notte che i baci e che le mani. Una notte con gli occhi lucidi e le labbra umide, una notte che inizia ogni secondo, che manca il fiato, che sconvolge, scopre, squarcia.

 

Che anche se è una notte sola, io la voglio.

il primo bacio

19 Febbraio 2007

Oggi, 20 anni fa: il primo bacio

Chi se lo scorda. C’era una festa di compleanno, di quelle in cui i maschi fanno gli stupidi pensando di far colpo sulle ragazze, che invece li considerano ridicoli e pensano ai fusti di 3-4 anni più grandi. Una festa di quelle in cui c’erano i 45giri “lenti”, da ballare stretti finchè non schiacci le tette di lei, mentre 2 cretini sghignazzano mangiando qualcosa di troppo unto.

Il mio gruppetto era composto da 4 ragazzi. C’era il capo-bullo, orrendo ma intraprendente; il suo anonimo e loffio braccio destro; l’outsider idiota a scuola e muscoloso fuori, e poi c’ero io, quello timido e studioso. Quello che te lo porti dietro così domani ti fa copiare il compito. Il capobullo adocchia la più bonazza delle prede femminine, una ragazza bionda con un sorriso sexy e la quinta di reggiseno, che aveva ispirato gare di seghe nei cessi ai miei baldi 3 colleghi d’adolescenza.

Prassi voleva che toccasse al capobullo l’onore del primo ballo lento. Egli le si avvicinò, noi 3 osservavamo silenti l’evento. Baldanzoso, la invitò al ballo-amplesso, la superfemmina rispose “no“, e lì scattò il mio destino. Il braccio destro ci provò a sua volta: “no“. L’outsider sfotteva feroce, sicuro che i suoi bicipiti avrebbero fatto la differenza, promuovendolo a nuovo capobranco, ma il monosillabo fu ugualmente “no“.

Manco morto l’avrei invitata, eppure i 3 umiliati mi costrinsero a passare sotto le stesse forche caudine. La sventurata rispose “sì”, e fui gay per sempre. Luci abbassate, le sue labbra vicine, qualcosa premeva sul mio petto indifferente. Gli altri seguivano i nostri movimenti nel salotto del compleanno. I 3 sconfitti sedevano in amare poltrone, la superfemmina mi sussurrava all’orecchio, mentre io celebravo la morte della mia fanciullezza.

Sapevo che doveva succedere qualcosa. Cosa, non sapevo. Ci fu un bacio, morbido e lento, calmo e feroce. Lei sorrise, mi teneva la mano. Mi disse il suo nome, mi disse cosa provava, mi disse cosa sperava. Mi era del tutto indifferente, così capii, ed ebbi paura.

Violetta

25 Gennaio 2007

ViolettaStamattina ho comprato 3 libri su una di quelle bancarelle dove si trovano vecchi Oscar Mondadori con le pagine ingiallite, volumi raggrinziti con i caratteri dorati su pelle marrone, i gialli di Agatha Christie e gli instant books del passato.

Sono le cantine dei lettori degli anni ‘50 -’60, svuotate alla morte dei proprietari, oppure libri da troppo tempo lasciati a marcire in scatoloni accanto alle inutilità utili solo nei ricordi.

Ho preso uno Steinbeck, un Voltaire, un Pratolini spendendo 5 euro in tutto. Poi, tornato a casa, ho sfogliato quei libri, così tanto per ambientarmi un po’ nelle mie prossime letture. Sulle Cronache di poveri amanti c’era scritto “Marisa, 1966“. E tra le pagine, una violetta che mi ha commosso.

Ho acquistato un ricordo.

Blackout

26 Novembre 2006

La fontana coi putti di marmo luccicava sotto i lampioni liberty illuminati a festa. La notte era calda e la gente sorridente. Lo sciabordio delle onde sul lungomare accompagnava i movimenti d’amore di una coppia sulla sabbia, i ragazzini si fermarono sulla balaustra ad osservarli, commentando imbarazzati.

Ai tavolini del bar della piazza un cameriere serviva birre e gelati, la musica del pianobar imprimeva nella memoria dei presenti il ricordo di una magnifica serata qualsiasi.
E poi le luci si spensero, come uno scoppio rovesciato, e si spense il suono del pianobar. La gente guardò in alto come se dall’alto ci fosse la risposta, e mormorò la sorpresa come se mormorando la luce potesse tornare.

Una mamma chiamò a sè i ragazzini, gli occhi di tutti si abituavano al buio, e nell’aria c’era l’attesa silenziosa ed il rumore dei cucchiaini nel vetro dei bicchieri. La gente smise di vedere e cominciò ad intravedere, e ad ascoltare. La luna a metà faceva compagnia al cielo gonfio di punti bianchi, che si rifletteva sbiadito nel marmo dei putti sorridenti. La birra scorreva, l’attesa proseguiva, le onde si infrangevano.

La luce tornò, la gente riprese ad ignorare il cielo e ad ascoltare canzoni. Per un istante nessuno riconobbe il vicino, l’amico, il compagno, poi le parole trasformarono in ricordo quei minuti appena trascorsi. I ragazzini tornarono a spiare la coppia sulla sabbia: seduti rivolti al mare, dopo l’amore, osservavano le stelle all’orizzonte ed ascoltavano i propri silenzi. Il blackout continuò solo per loro, tutta la notte.

9-9-99

9 Settembre 2006

Mi sveglio a mezzogiorno, su un letto non mio, stretto e provvisorio, con un telo da mare a farmi da coperta. Le zanzare hanno visitato il piede destro, ed il telefono si è fatto i cazzi suoi. Apro gli occhi e mi accorgo che voglio di nuovo chiuderli, li riapro e li tengo aperti, sospirando. La mattinata è schifosa, breve e puzza di candeggina. Colazione con latte fresco in una tazza non mia, qualche biscotto di quelli che si vendono nei sacchi da 5kg, poi mi affaccio al balcone per guardare la gente vivere. Il pomeriggio è caldo, lento e puzza di succo di frutta alla carota. La Bertè canta Traslocando da una sua raccolta, il sole illumina un divano che non è mio e la solita vecchia fa cacare il solito cane nel solito giardino.

Prendo la bici che non è la mia e inizio a pedalare in divisa nera. All’ incrocio, a destra; poi sinistra sul marciapiede; semaforo pieno; mi tengo sulla destra lungo il viale; attraverso, attraverso, marciapiede; svolto a sinistra e poi dritto, ancora dritto, 2 semafori e dritto, altri 2 e sempre dritto, ancora 2 e sempre dritto; quindi pedalo verso destra, poi supero 3 isolati e a sinistra lascio la bici in giardino, e dico la mia prima parola della giornata: “ciao”, e sono le 18:50.

I tavoli sono pieni, ho il fondo. Meglio, mi stancherò e non penserò, mi dico. 13 tavoli immersi nel fumo, 2 comitive, molte coppie, alcuni amici. “bud, becks, san miguel, kilkenny, faxe, ceres, dudemon ecc ecc“. Ripeto la solita litania. Mi scoccia quando alla fine mi chiedono una cocacola in lattina. Nel fondo c’è da camminare parecchio, col rischio che gli ordini si accumulino. Ma sono bravo, e non si accumula proprio niente. Ho anche il tempo di bere un thè, e di ascoltare i pettegolezzi delle mie colleghe. L’hanno capito subito che sono gay, perchè dicono che le guardo come guardo i tavoli, con disinteresse.

Alle 2 si chiude ed in sala resto da solo, poichè le ragazze si occupano di pulire e mettere in ordine ed i bicipiti si occupano dei lavori di forza. Ai tavoli c’è poca gente, ma va servita anche se i piedi fanno male. Poi qualcuno spegne le luce, dico “buona notte” e prendo la bici, per 25 minuti di meravigliosa pedalata nella notte, il momento più bello. Sono nella casa che non è la mia più o meno alle 3, mi tolgo gli abiti impregnati di fumo ed inizio a russare.

Posso sedermi?

2 Agosto 2006

Ero felice come mai lo ero stato. Strafelice. Se io fossi un miglior scrittore, potrei forse osare di descrivere come io mi sentivo in quella mattina di sette anni fa, ma fallirei comunque, anche se in maniera meno clamorosa. Posso accontentarmi di ricordare, e ripensare al momento in cui aprii gli occhi, e sentii un peso sul cuore, che mi diceva: “ora capisci perchè si vive”.

Qualche ora prima, mi trovavo in discoteca, indossavo un pantalone nero, una camicia rossa, uno sguardo felice ed un sorriso disarmante, e pensavo a divertirmi e a ballare, libero. Decine di occhi mi fissavano, io mi godevo l’illusione di essere considerato bello, perchè era proprio così che mi sentivo.

Poco dopo la mezzanotte, mi allontanai dalla pista stracolma guardandomi distrattamente intorno. Il bar era preso d’assalto, nel boschetto si aggiravano decine di ragazzi in cerca di compagnia. I miei amici conversavano dall’altro lato del locale. C’erano tantissimi ragazzi, ma a me ne piaceva uno. E quell’uno  sedeva ad un tavolo, da solo, e mi osservava con uno sguardo sereno. Gli occhi celesti brillavano intelligenti, ed era bello sostenerne lo sguardo. Sedeva solo, disinteressato alla folla. Aveva un’aria sicura e rassicurante. Mi appoggiai ad una ringhiera poco distante, e ricambiai i suoi sguardi azzurri con una sfacciata insolenza. Quella notte mi sentivo bene. Lo vidi muovere la mano sul tavolo, a sfiorare il vuoto, ma non si alzò. Lui stava lì.

Mi girava la testa. Mi pareva di essere in una sala vuota, nella quale c’era solo un uomo seduto ad un tavolo. La gente mi passava accanto, mi parlava, sorrideva ma non esistevano. Eravamo io e lui, che ci guardavamo negli occhi, a distanza di 5 metri, negli occhi, senza parlare ma dicendo molto. Sospirando, mi  mossi e andai al suo tavolo: “posso sedermi?”, chiesi. Sorrise.

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