Posts Tagged ‘animali’

La storia del topo nel tunnel

7 luglio 2008

Cominciarono a tirare sassi al topo. Sulla ghiaia, in un piccolo tunnel nei pressi della spiaggia. C’era una nuvola sul sole, i gradini della chiesa pieni di riso. E la gente occupata a parlare, parlare, parlare… il primo sasso ferì il topo, lo ferì.

Il topo tremava. Due ragazzini tiravano sassi, uno guardava. Due tiravano sassi. Tremava, immobile. Forse non poteva muoversi perché ferito, forse non osava muoversi, bloccato dalla paura. Un altro sasso. Il topo tremava, immobile. Perché non scappi? Perché?

L’aria era impregnata dell’odore dei limoni. Le insegnanti sedevano al tavolino, bevevano il caffè.

Prof, quei due stanno tirando sassi a un topo, lo stanno uccidendo”.
“un topo? che schifo! dì loro di non toccarlo e di allontanarsi”
“non lo toccano, lo uccidono. E’ lì sotto, gli tirano i sassi”.
“non si tirano sassi agli animali, lo sai”
non sono io, sono loro. li può fare smettere? il topo ha paura”.
“a quest’ora sarà morto. chiamali, digli di non toccarlo e di giocare altrove”

Le ragazze sedevano sui gradini della chiesa. “sei andato a fare la spia?
“stavano uccidendo un topo quei due…” “che ti frega del topo! spione!”
Restò in silenzio. “spione! spione!

nella tua fine è il mio principio

4 luglio 2008

 1 - Contava le ciliegie.

1, 2, 3, 4, 5 ciliegie.
Buonasera, come va?” - disse alla vecchia - “Buonasera! belle le sue ciliegie!”.
6, 7, 8, 9, 10 ciliegie.
Sono ciliegie!” - rispose alla vecchia - “sono belle ciliegie!“.
11, 12, 13, 14, 15 ciliegie.
“ne assaggerei una volentieri” - sorrise la vecchia - “ne asseggerei una bella grossa e dolce”.
16, 17, 18 - l’uomo alzò per un attimo lo sguardo - 19, 20 ciliegie.
prego, si serva pure!” - affermò. “prego, prego“.
La vecchia prese una bella ciliegia scura. La numero 5, forse, o la 8, può darsi.

 2 - Citofoni

Per cui si era perso.
Il cielo si era messo al grigio, la strada faceva una strana curva ed i negozi erano chiusi. Disperò di trovare la via di casa. Ricordava bene il citofono, però. Cominciò a guardarli tutti, uno dopo l’altro. “no, non è… non è questo, no, no… no, non è questo, no…
La strada finì. Destra o sinistra? Ancora più lontano o forse più vicino? E come faceva quella canzone che aveva sulla punta della lingua?
Non se la ricordava. Passo un’auto.
Destra, decise. “no, non è… non è questo, no, no… no, non è questo, no…

3 - non è vero amore

mi vuoi un po’ di bene?” - erano al supermercato, reparto hi-fi.
“no, ovvio” - ci scherzava sempre.
mi vuoi un po’ di bene? dai dimmelo” - per lui un no era solo un no.
“sì, ma certo che domande mi fai” - concesse.
ah, beh al secondo tentativo. meno male” - disse sottovoce.

4 - nessuno mai

“le faremo un’iniezione che le bloccherà il cuore. non sentirà nessun dolore”.
“posso abbracciarla?”
“sì, certo.”
ti voglio tanto bene, nessuno ti vuole bene come me
“aspetti fuori, la chiamiamo non appena il suo cagnolino sarà morto”.
sì, va bene”

5 - Perché, è morto?

Tornò a casa che aveva in mente quella strana domanda: “mi vuoi un po’ di bene?”. ma perché gliel’aveva fatta? Sovrappensiero, per poco non investì un vecchio rimbambito fermo all’angolo, poi lo vide incamminarsi a destra. Parcheggiò l’auto, aprì il portabagagli e prese il fagottino avvolto nella coperta. Andò nella campagna di fronte e chiese al contadino: “posso seppellire il mio cane?“.
perché, è morto?” - disse quello. “eh sì, che è morto” - gli rispose.

“sì, fai pure, fai. povera bestia. dov’ero rimasto? ah sì, 46, 47, 48, 49, 50 ciliegie”.

un posto al sole

9 febbraio 2008

La sua casa affacciava sui bidoni della spazzatura.  Ogni tanto qualche umano buttava un sacchetto troppo grosso e il rumore la spaventava. Il cortile era cupo e vuoto, ma per fortuna non c’erano gatti a rompere le scatole. Di solito usciva a prendere il sole, adagiandosi sulle crepe del muro, e nessuno badava a lei, perchè gli umani restano meno tempo possibile tra i rifiuti.

Le piaceva sentire i raggi sul corpo sottile, la riscaldavano e ritempravano. Da piccola le era capitato di incontrare uno di quei terribili umani che chiamano bambini, i più crudeli e spietati verso le lucertole. Le aveva dato la caccia, e lei era scappata. Poi ancora scappata. Poi le si era avvicinato troppo, e lei si era staccata parte della coda, per proteggersi. Le scocciava un po’, ma al mostro bambino fece impressione e la lasciò in pace, mentre la coda ricrebbe.

Quel giorno si sentiva spavalda, e voleva prendere il sole. Il portone era aperto, e la strada era luminosa, molto invitante. Sgusciò dal rifugio e si insinuò spedita tra le fessure, lungo le mura scolorite. Giunta in strada, restò confusa, ed immobile. Mostri che rotolavano sputando gas dal di dietro, umani con scarpe con punte acuminate, umani che trascinavano cani che pisciavano ovunque, e gatti. Poteva sentirlo. Da qualche parte c’erano gatti, sentiva gli occhi puntati addosso.

Tremò, si voltò di scatto per tornare indietro, ma qualcuno aveva chiuso il portone. Qualche maledetto qualcuno. Provò a passare sotto, ma non riuscì, non c’era spazio, allora cercò di nuovo, e poi ancora di nuovo, più in là. Restò in basso, non voleva farsi notare, lei lo sapeva che 2 occhi la osservavano, lo sentiva, lo percepiva. Il gatto giunse all’improvviso, senza rumore, implacabile e veloce. Al primo assaltò la lucertola si raggelò dal terrore, e lasciò andare la coda. Il gatto si attardò per un secondo, la lucertola strisciò veloce tra le crepe dei marciapiedi, pronta ad infilarsi ovunque potesse sentirsi sicura. Sapeva di doverlo fare, o morire. Fuggì, e non tornò mai più a casa.

Verde speranza

11 ottobre 2006

Il pappagallino verde mela abitava in una gabbia verde scuro poggiata su un davanzale davanti a una tenda verde chiaro. Le foglie di lattuga arrivavano ogni giorno dal lato sinistro, il becchime dal lato destro. La vita del pappagallino era molto semplice: due salti di qua, due salti di là, uno “squiiit”, e via da capo per due di qua, due di là, squiit.

I bimbi della casa si ricordavano di quel giocattolo ogni tanto, quando curiosi infilavano i ditini tra le sbarre della verde gabbia per poi ritirarli all’appressarsi dell’incredulo volatile. E poichè erano bimbi, e avevan detto loro che i pappagalli ripetono le parole, cominciavano la lezione di italiano, insegnando parole d’ogni tipo, senza peraltro mai ricevere in cambio una sillaba.

La lunga giornata del pappagallino si svolgeva lenta e piatta tra i due piccoli trespoli: si lisciava le penne, osservava l’universo, rifletteva sul perchè delle cose. In cambio, lattuga e becchime. Dopo un anno di verde prigionia, qualcuno aprì la gabbia, ed il pappagallino fu investito da una corrente d’aria non a strisce, si stupì e si avvicinò al vuoto. Osservò, aprì le ali, e volò. Ah, quanto gli dolevano le ali! Non ricordava più come volare! E non sapeva più dove volare, ma volò in alto e volò via dalla lattuga e via dal trespolo.

L’aria era calda, i colori accecanti, i suoni lo stordivano e le ali gli facevano male, per cui si riposò sul primo ramo del primo albero che incontrò. Non c’era lattuga, e cominciò ad aver paura. In questa nuova gabbia, bisognava volare senza sosta, ma le sue ali gli facevano male. In questa nuova gabbia il becchime era nascosto e non sapeva dove trovarlo; in questa nuova gabbia c’erano uccelli più grandi, dal becco più forte, come quello che volava dritto verso di lui.

Coccodè

24 agosto 2006

Era una gallina brutta e stupida. Le penne color ruggine non servivano nemmeno a farla volare, per cui era costretta a spostarsi zampa per zampa alla ricerca di un sassolino da mandar giù. Incapace di dire coccodè, questo rottame da cortile si limitava a blaterare un co co co tra una cacata e l’altra, in perenne andirivieni tra la paglia puzzolente e l’aia fetida.

La gallina faceva l’uovo, un comune uovo arancione, nè grande, nè piccolo. Liberatasi del peso che le premeva la cloaca, azzardava un cooccò e poi usciva in cerca di sassolini, da mandar giù. Altro non chiedeva, altro non poteva.

Un giorno si accorse di essere rimasta l’unica gallina del pollaio, e si stupì. Le altre pennute erano infatti sparite, una dopo l’altra, ma il processo le fu evidente solo quando si ritrovò da sola sulla paglia. Sganciò un uovo, e poi osò un “coccodè“, il suo primo coccodè.

Trionfante, ne fece seguire un altro, e poi un altro ancora. Finchè un altro bipede la zittì, e l’ultimo co co co lo soffiò su un tagliere. Il brodo non fu granchè, e le penne color ruggine finirono nella spazzatura.

Bad Behavior has blocked 68 access attempts in the last 7 days.

Chiudi
Invia e-mail
Usiamo i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione nel nostro sito web.
Ok