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il post in cui poi sciogli il nastro, poi sciogli il nastro

9 novembre 2008

Me ne andai alle 10, come al solito. Non potevo perdere l’ultimo treno, e poi era già buio. Sarei rimasto, ma non potevo perdere l’ultimo treno, e poi era già buio. Strinsi i pugni nei guanti di lana, mi allontanai e dopo un po’ non sentii più le voci. I fari delle auto mi accecavano, e le pozzanghere poi.

Sulla giostra c’era un bambino, aveva scelto il cavallo dorato. Un uomo sedeva sulla panchina, la solita vecchia dietro ad un vetro scorrevole premeva il pulsante. Luci gialle e rosse, luci gialle. Mai stato sul cavallo dorato, mai scelto il cavallo dorato.

Il biglietto già ce l’avevo. Dovevo solo andare al bar e comprare la mia merendina. Ogni volta facevo finta di sceglierla, ma in realtà già sapevo che avrei comprato sempre la stessa. 1000 lire. Volevo che la cassiera pensasse che passavo lì per caso, non so, ogni volta facevo finta di sceglierla, ma in realtà già sapevo che avrei comprato sempre la stessa. Pagai, uscii. Tris di 8, una Q e un J: l’uomo spense la sigaretta.

L’attesa, come al solito. L’attesa è il momento in cui confezioni il tuo futuro scegliendo in che pacchetto inserire il presente che è appena passato. Poi domani sciogli il nastro e ti accorgi di che colore è. L’attesa coi pugni chiusi nei guanti di lana, un bimbo sul cavallo dorato, un tris di 8. Il treno arriva e poi torni a casa, il posto più confortevole in cui soffrire. Poi domani sciogli il nastro e ti accorgi che c’è dentro.

Affinchè non

27 aprile 2008

e così la casa diventa gialla, di quella luce che domani è lunedì. cosa devo fare, cosa avrei dovuto fare, cosa non avrei dovuto fare.

le caramelle nel vassoio stanno per finire, le piante sono al loro posto. so che sanno che ho cura di loro. anche oggi ho vissuto alla meno peggio. la mattina mi preparo per il pomeriggio, ed il pomeriggio mi preparo per la sera. la sera che è cosa devo fare, cosa avrei dovuto fare, cosa non avrei dovuto fare.

quando guardi le bolle di sapone c’è sempre quella che resiste tanto, tanto a lungo. scolorisce, sale lentamente e se la segui il sole ti acceca. poi scoppia e non ti soffermi a pensare a lei, ma subito ne soffi altre 100.

un giorno qualcuno proverà ad accarezzarmi, ma per quanto saprà essere delicato mi farà scoppiare ugualmente, e spero che il sole lo accechi, affinchè non mi veda piangere.

cerchi

13 marzo 2008

Nell’acqua, quando butti una pietra. All’improvviso si scatena un temporale, gocce su gocce. La gente scappa, si ripara sotto i cornicioni. Se è estate, ridendo; se è inverno, in silenzio. Butti una pietra in acqua e si formano cerchi, ma c’è sempre qualcuno che sa farla rimbalzare meglio di te.

La sabbia bianca, la gente odia i vermi, la gente odia la terra tra le unghie, la puzza della decomposizione, il fango, i ragni. Insetti, scarafaggi, sotto le pietre la vita: sotto il marmo la morte.

Cerchi nell’acqua di mare, nei laghi, nei ruscelli e nelle pozzanghere. Ma soprattutto nelle pozzanghere, ai lati dei marciapiedi, quando in controluce vedi il ticchettio delle gocce più tarde, le ultime, quelle della quiete, quelle del rumore degli ombrelli che si richiudono. Il sole è quasi fuori luogo in quei momenti lì, vorresti che restasse ancora un po’ nascosto dietro a qualche nuvola.

Poi i fiori di pesca, di mela, di primavera. Scattano i clic delle fotocamere, ma anche i crack dei rami spezzati. Nella povertà delle case la fioritura della natura. Amputazioni di futuro, colori dolorosi, profumi di giorni veloci, veloci, troppo veloci. Qualcuno butta un sasso e la tua vita si allontana dal centro come cerchi nell’acqua, fino a svanire, svanire, svanire…

Pensare richiede tempo

27 febbraio 2008

La brioche era ancora croccante. A parte il cielo cupo, quella giornata non aveva nulla di sbagliato, però c’era in lui una strana insofferenza, simile a quando un ricordo non affiora e non riesci a concentrarti su nient’altro. Non si ricordava che giorno fosse, che strano. Di solito la gente sa sempre se è l’8, il 15 o il 31 del mese. Lui non se lo ricordava. Forse era quello.

All’improvviso, il silenzio. Qualcosa di sbagliato in quel silenzio, ma cosa? Diede un morso alla brioche sporcandosi le dita di zucchero. Mentalmente si fece un appunto di non comprare più quelle così appiccicose, poi di nuovo il silenzio. Ecco cos’era: il bimbo aveva smesso di piangere. Erano giorni che piangeva, i dentini forse.

L’orologio segnava le 10. Pensare richiede tempo. Si vestì, si fece la barba senza tagliarsi ed uscì. Con quel cielo grigio anche i cappotti delle vecchie sembrano del colore dei muri ammuffiti. C’era un uomo sul marciapiede intento a portare dei pacchi in una panetteria, ne uscì un odore di pane appena sfornato e di pizza calda. Trovò la sua panchina, il vento gli fece venire i brividi alle caviglie. Era lì che andava in quelle giornate storte.

Un vecchio scese dalla bici e si venne a sedere accanto a lui. Cominciò a leggere il giornale dalla pagina sportiva, borbottando in dialetto qualcosa di scontato. Meglio di niente, tutto sommato. Con un po’ di fortuna, il sole sarebbe uscito per mezzogiorno e lui avrebbe ricordato quello che si ostinava a non ricordare.

Perciò si alzò

2 gennaio 2008

L’aria entrò fredda e violenta dalla finestra aperta. Le tende flapparono nella solitudine della stanza, scompigliando i fogli lasciati sulla scrivania. Invisibili goccioline d’acqua gli bagnarono il volto, ma nel buio nessuno le avrebbe notate, per cui lasciò che il gelo gli riempisse i polmoni, lentamente. E poi si lanciò nel vuoto, senza mai toccare terra.

La luce arancione si mischiava all’odore di carne. Si era tolto le scarpe e si massaggiava i piedi nei calzini di spugna. Sul tavolo, una birra e del pane; qualcuno alla tv. La grata della finestra dava sul marciapiede, ma solo in pochi, passando, sbirciavano all’interno. Passò il capodanno sperando di sorridere al primo che l’avesse osservato.

C’era tanta folla con gli occhi all’insù, a guardare i fuochi colorare il cielo di rosso e di giallo. Gli sguardi pietrificati e sorrisi alcolici, le orecchie colme di buoni propositi. Tanta felicità fluttante nell’aria, nessuno che riuscisse realmente ad afferrarla. E ancora rosso, nel cielo, e giallo.

Si era messo il vestito buono, ed aveva cenato in salotto. A lei l’odore di muffa non dava fastidio. Aveva alzato i termosifoni e poi si era appisolata poco prima della mezzanotte. Lui le aveva detto che sarebbe tornato, per cui rifiutava di credere che potesse averle mentito su una cosa simile. Ci sperava ogni capodanno, da 30 anni. E se non questo, sarebbe tornato il prossimo anno. Perciò si alzò per sparecchiare.

il freddo conserva

13 dicembre 2007

adamo al freddoPulsiamo. A volte, ci espandiamo verso la vita; altre volte ci abbandoniamo ad essa, ma spesso, spesso diventiamo piccoli piccoli, per non disperdere il calore.

E’ bello avanzare nell’Inverno protetti da sciarpe e cappotti, sapere che c’è una coperta per la notte, che le nostre mani sono riscaldate da guanti soffici. Ma il rimpianto del caldo e dell’Estate ci accompagna come una ruga sul volto, che dopo un po’ ti abitui ad averla.

Il freddo conserva pure i cadaveri.

Qualche volta, quando cammino per strada e vedo l’aria rapprendersi in nuvolette ad ogni respiro, desidero che l’inverno duri per sempre. Poi mi accorgo che nei miei occhi c’è ancora tanta voglia di primavera, e per una volta spero che il mio desiderio non sarà esaudito.

solo questo

9 novembre 2007

Letto e soleC’è un letto con un uomo sopra. L’uomo è in silenzio ed è solo. Gli occhi scrutano gli angoli, cercando il pensiero giusto, se c’è e se c’è qual è. Il pomeriggio trascorre, nell’immobilità di suoni e di pensieri. Forse gli farebbe meno male se suonasse il telefono, ma lui non lascia che la gente gli si avvicini e perciò ora che si lamenta a fare.

C’è un uomo sdraiato sul letto. Forse ha le lacrime agli occhi ma non ha pensieri, lui. Sta lì e aspetta che il pomeriggio passi. Perchè tanto passerà lo stesso e non solo per lui. Forse tutto sarebbe più semplice se qualcuno bussasse alla porta, ma lui non invita mai nessuno, e tutte queste s già le odia.

Il sole sta girando. Ho un piede giallo e uno grigio, ed i biscotti da offrire a qualche amico. Non si muove neanche la tenda, e sento qualcuno che parcheggia qui sotto. Incredibile come gli oggetti restino immobili, se fossi una bottiglia di plastica altro che s.
“prendi qualche biscotto dai. o una lindt se preferisci” 

C’è un letto vuoto ed un uomo davanti ad un rettangolo luminoso. Ha il mal di schiena ma lui non è “il suo mal di schiena”. Lui è sempre molto di più. E pazienza se oggi non ha potuto dividere i biscotti o i cioccolatini. Lo farà domani, afferma.

sospeso

13 marzo 2007

Siamo in 5 in una scatola trasparente, sospesi in alto ma non sappiamo dove. Vestiamo di nero e restiamo in silenzio, eleganti ed immobili, abbacinati ed indifferenti. La luce è bianca e l’aria immobile, nel vuoto si apre una porta solo per me ed esco lasciandoli in gabbia.

C’è una sala d’attesa di un cinema, quelli vecchi, col bancone di legno, i ficus alle locandine e le scale di marmo, con la ringhiera laccata d’oro. La pesante tenda di velluto flappa nella sala buia. Poltroncine color ruggine che puzzano di fumo, il rimbombo delle casse ed una porta socchiusa che dà su un corridoio. Si sente il suono dei dialoghi, un inseguimento, le urla del poliziotto.

 

In lontananza, qualcuno fa la doccia. Avanzo tra le pareti illuminate di scorcio seguendo il suono dell’acqua, c’è odore di candeggina. La porta del bagno è aperta. A sinistra gli orinatoi, a destra due lavabi coi rotoloni sbilenchi ed il dosatore di sapone in plastica bianca. Dietro le piastrelle di un celeste slavato, l’acqua scorre dalla doccia. Vado a vedere. Il calore dell’umidità mozza il fiato, la saponetta è ancora molle, e le gocce disegnano strani zigzag sulle pareti, ma il box è vuoto.

Chiudo il rubinetto ed apro la finestra, le tendine sbattono violentemente all’interno e l’aria fredda mi avvilisce. Mi affaccio su un parcheggio, decine di auto bianche disposte a lisca di pesce. Salto giù e mi incammino verso l’uscita, percorrendo il viale alberato che conosco, ma non ho mai visto. In alto sopra di me, una scatola trasparente sospesa nel vuoto, con 4 persone che non trovano la porta.

Crepe

5 agosto 2006

Sabato sera
In silenzio leggo
pagine di libri.
Mi tengo compagnia
e la tenda si muove.
Fuori qualcuno sorride,
ma non a me.
Mi fanno male le gambe,
camminare è doloroso.
E tu sei altrove,
lontano, faccio fatica, ti prego

aspettami.

5 giorni

17 luglio 2006

Dopo tanti anni da pendolare, per studio o per lavoro, le stazioni le conosco assai bene. E non le amo, proprio non riesco. In stazione l’attività principale è attendere, e l’attesa non è la più felice delle situazioni in cui trovarsi. D’inverno c’è sempre tanta gente, ma ognuno è immerso nei suoi pensieri, nella sua attesa, per cui sei solo come d’estate, quando ai binari si è davvero in pochi.

Partire significa lasciare il posto in cui ti trovi. E il ritorno non è che una nuova partenza.

PartenzaC’è chi ama confondersi tra la gente, a metà treno, chi invece sceglie di starsene per conto suo in testa al binario. Io sono tra questi, solitamente mi incammino fin dove non ci sono che due o tre viaggiatori, se trovo da sedermi sfoglio una rivista, altrimenti resto in silenzio e aspetto che l’altoparlante annunci il ritardo.

Sì, il ritardo, non è mica una novità… dal 1990 al 1996 avrò preso almeno 150 volte l’anno il treno, e dal 2001 al 2006 almeno 100 volte l’anno. Facendo qualche calcolo per difetto sono almeno 800 ritardi.

Chiunque faccia il pendolare sa che non esagero. Che frustrazione quando lavori e devi timbrare un cartellino, e il treno parte tardi; quando ti svegli invano alle 5:40; quando sei al semaforo in trappola e l’orologio avanza verso un rimprovero del tuo principale. 8000 minuti di attesa nell’attesa, 130 ore, più di 5 giorni di attesa. 5 giorni della mia vita li ho regalati alle Ferrovie dello Stato. Prego, prendeteli.

In treno sono stato invitato a un matrimonio di co-pendolari; sono stato minacciato con un coltello; ho fatto sesso mentre due ragazze dormivano; ho subito un tentativo di scippo; ho lasciato libri per il bookcrossing; ho perso una sciarpa; ho trovato 6 euro e 50 in monete; ho conosciuto centinaia di persone; ho letto migliaia di pagine; ho pianto; mi sono confidato; ho ascoltato tante storie.

C’è un pezzo della mia vita sui binari. E ci sono soprattutto attese. Da qualche mese prendo il treno ogni due - tre settimane, e mi rilassa. Guardo il tabellone degli orari senza fretta, gioco coi distributori automatici, sorseggio una bibita e all’annuncio del ritardo sospiro con meno risentimento. Non ho fretta di partire, nè di arrivare. Aspetto.

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