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5 giorni

17 luglio 2006

Dopo tanti anni da pendolare, per studio o per lavoro, le stazioni le conosco assai bene. E non le amo, proprio non riesco. In stazione l’attività principale è attendere, e l’attesa non è la più felice delle situazioni in cui trovarsi. D’inverno c’è sempre tanta gente, ma ognuno è immerso nei suoi pensieri, nella sua attesa, per cui sei solo come d’estate, quando ai binari si è davvero in pochi.

Partire significa lasciare il posto in cui ti trovi. E il ritorno non è che una nuova partenza.

PartenzaC’è chi ama confondersi tra la gente, a metà treno, chi invece sceglie di starsene per conto suo in testa al binario. Io sono tra questi, solitamente mi incammino fin dove non ci sono che due o tre viaggiatori, se trovo da sedermi sfoglio una rivista, altrimenti resto in silenzio e aspetto che l’altoparlante annunci il ritardo.

Sì, il ritardo, non è mica una novità… dal 1990 al 1996 avrò preso almeno 150 volte l’anno il treno, e dal 2001 al 2006 almeno 100 volte l’anno. Facendo qualche calcolo per difetto sono almeno 800 ritardi.

Chiunque faccia il pendolare sa che non esagero. Che frustrazione quando lavori e devi timbrare un cartellino, e il treno parte tardi; quando ti svegli invano alle 5:40; quando sei al semaforo in trappola e l’orologio avanza verso un rimprovero del tuo principale. 8000 minuti di attesa nell’attesa, 130 ore, più di 5 giorni di attesa. 5 giorni della mia vita li ho regalati alle Ferrovie dello Stato. Prego, prendeteli.

In treno sono stato invitato a un matrimonio di co-pendolari; sono stato minacciato con un coltello; ho fatto sesso mentre due ragazze dormivano; ho subito un tentativo di scippo; ho lasciato libri per il bookcrossing; ho perso una sciarpa; ho trovato 6 euro e 50 in monete; ho conosciuto centinaia di persone; ho letto migliaia di pagine; ho pianto; mi sono confidato; ho ascoltato tante storie.

C’è un pezzo della mia vita sui binari. E ci sono soprattutto attese. Da qualche mese prendo il treno ogni due - tre settimane, e mi rilassa. Guardo il tabellone degli orari senza fretta, gioco coi distributori automatici, sorseggio una bibita e all’annuncio del ritardo sospiro con meno risentimento. Non ho fretta di partire, nè di arrivare. Aspetto.

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