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Esprimi un desiderio

12 agosto 2008

Aspettai in stazione venti minuti, non era un buon segno. Però mi aveva detto che sarebbe venuto a prendermi e rifiutavo di credere che mi avesse fatto fare un viaggio a vuoto, per cui dovevo solo aver pazienza. C’era una di quelle bancarelle piene di libri a poco prezzo.

Quando mi sorrise dimenticai il ritardo. Il mio solito errore, ne ero consapevole, ma nel suo sorriso avevo riposto la mia speranza di felicità e dunque da esso io dipendevo. Salimmo in auto. Avremmo potuto viaggiare in qualsiasi luogo ed in qualsiasi tempo, ma ciò che per me contava era il momento in cui lui mi teneva la mano e ci accarezzavamo le dita. Si ritraeva solo per cambiare le marce.

La sabbia sopportò i corpi di mille amanti. La notte era limpida come un lago d’alta montagna, sgombra di nubi e carica di buoni presagi. Restammo vicini, forse un po’ più vicini, godendo del nostro calore. Poi, gli occhi in alto. La notte di San Lorenzo.

Credemmo di vedere tracce di magia nel cielo. “Le hai viste?“, mi disse. “Sì. Siamo fortunati“, risposi.
Esprimi un desiderio, che si avvererà“. C’era qualcosa nella sua voce, ma chiusi gli occhi ed espressi il mio desiderio. “E tu? che desiderio hai espresso?“, tentai. “Non si dice, è un segreto“: sorrise.

Si avverererà, allora.

Non è possibile

4 agosto 2008

Sulla spiaggia c’era la solita folla di ombrelloni. I bambini giocavano a pallone, l’acqua era luccicante, il mare senza onde.

Se ne tornava a casa prima che la schiena cominciasse a scottare troppo. Quando attraversava la strada, sapeva che la sua mamma lo stava a guardare da lontano, per cui si assicurava sempre che non ci fossero auto. Entrava nel cortile silenzioso e poi saliva le scale, i gradini freschi a contatto coi piedi ancora un po’ sporchi di sabbia. Si toglieva il costume e faceva la doccia, poi andava a leggere un fumetto in terrazza, seduto a terra, in un segreto angolo d’ombra. Era il momento più bello, quello.

Quel giorno, dal piano di sotto udì due voci:

andiamo in camera da letto dai, qui…qui sul terrazzo ci può sentire qualcuno
“chi vuoi che ci senta, sono tutti al mare a quest’ora”
lo so lo so, però dai per sicurezza, torniamo in casa
“qui è più eccitante… facciamolo qui”
sì ma… sicuro che sono tutti in spiaggia? ogni tanto c’è quel ragazzino che torna prima di mezzogiorno
“un ragazzino che torna dalla spiaggia prima di mezzogiorno? non è possibile”

Poi le voci si trasformarono in suoni. Baci, forse.

Ciottoli

31 luglio 2008

C’erano due persone sulla spiaggia. Lei si spalmava una crema sulle cosce, lui sedeva sulla battigia, lo sguardo rivolto al mare. La spiaggia era piena di rifiuti ma presto si sarebbe ugualmente popolata. Al largo, un barcone sollevava i primi spruzzi della giornata.

Dalla villa scendeva una scala nella pietra. Vecchie radici, l’odore della pineta, movimenti di creature sui rami. Vermi sotto un sasso, poi la sabbia. Le alghe ancora umide si ammucchiavano tra i ciottoli, con pezzetti di plastica, vetri, sigarette. La ragazza sussultò nel vedere arrivare il ragazzino.

Da dove arrivi tu?
“Dalla villa. questa è la nostra spiaggia.”
Ah, scusa, non lo sapevamo. Ci spostiamo subito, chiedi scusa ai tuoi genitori da parte nostra.
“Restate pure, io faccio solo una passeggiata sul lungomare. E poi i miei genitori non scendono mai, potete restare.”

L’uomo si voltò: “che succede?”
No, niente, è una spiaggia privata qui, ma questo ragazzo ci ha detto che possiamo restare.
“Ah. E’ sua la spiaggia? Digli che fa schifo. La potrebbero pulire più spesso.”
La ragazza sorrise, teneva un occhio chiuso per via del sole. “Per me è bella, non dargli retta, è un cafone.
Il bimbo annuì. “C’è una roccia con l’argilla qui vicino, se vuoi te la faccio vedere. “
Sì.

L’uomo li vide allontanarsi. Si alzò e andò a tuffarsi in acqua, lasciando le ciabatte tra le alghe, in mezzo ai ciottoli e ai rifiuti.

un tuffo

15 marzo 2008

Giungemmo infine in prossimità del precipizio. L’acqua del mare copriva gli scogli più minacciosi, le onde trascinavano piccoli brandelli di alghe in cambio di granelli di granito. Il sole era basso e debole, si alzò il vento.

Se volessi, mi potrei tuffare“, mi disse. Io non risposi, com’era mia abitudine. Sapevo che avrebbe aggiunto qualcosa, lo conoscevo bene.
Tuffiamoci, tutti e due. Saranno solo 20-25 metri. E da quella parte non ci sono scogli“. Aveva gli occhi acquosi ed era di cattivo umore. Quando era di cattivo umore se ne usciva sempre con queste sparate.
Torniamo a casa, dai.” Era una risposta debole, lo sapevo, ma era anche l’unica che avevo a portata di mano. “Torniamo che ho fame. Ci facciamo la pizza stasera?” Gli piaceva la pizza coi broccoli.
” , valutò lui dopo qualche momento, “tanto dicevo per scherzare“.

Mangiammo la pizza, guardammo la tv. Quella sera fumò più del solito. Aveva la testa reclinata e si era scordato ancora di prendere le ciabatte. Lavai io i piatti. Era bello parlare stando in due stanze lontane. Io dovevo urlare per coprire l’acqua del rubinetto, lui era lì, io lo sapevo, era lì immobile, a fumare. “Mi volevo tuffare veramente, però“.

Sì, lo so“. Chiusi il rubinetto e mi asciugai le mani. “Lo so che ti volevi tuffare veramente“.

nuota, nuota

28 gennaio 2008

La maglietta era tutta stropicciata. “Arrivo subito!”, disse, e si precipitò per le scale. Puzzavano di detersivo, il cactus sembrava afflosciarsi e la luce illuminava le porte dell’ascensore. La vecchia demente succhiava un ghiacciolo sulla panchina, sola, le sottane rattrappite come le rughe del volto. “Eccomi!”, dichiarò.

In auto, c’era quell’odioso arbre magique verde. Si era fatto la barba, l’altro, aveva messo una camicia a fiori e sembrava un tamarro con quel nuovo paio di scarpe luccicanti. Ma aveva un buon odore e poi era sempre puntuale. “ciao, tutto bene?”. Lui annuì, tanto era di poche parole. Annuiva e basta. Ma andava bene così: c’è gente che parla e c’è gente che ascolta, ecco.

Nel parcheggio le auto erano gonfie di sudore. La carta dei giornali si appiccicava ai finestrini, assorbendo suoni e umori. Ogni tanto qualcuno scendeva a fumarsi una sigaretta, dopo. Quella sera fu veloce e anonima. Forse, per via della maglietta stropicciata, o per via delle scarpe luccicanti. L’aria si era fatta fresca, c’era quasi tutta la luna in cielo, tanti amanti in terra, e un uomo solo che nuotava nel mare, di fronte.

Scesero dall’auto, poi si aggiunsero altri e poi altri ancora. Lasciati i segreti nei cruscotti, la gente osservava quell’uomo solo nuotare. Invidiavano la libertà di quella calda solitudine d’acqua. L’alba era ancora lontana e il viaggio di ritorno, lungo.

le mosche si facevano strada

15 gennaio 2008

L’edera era stanca di aggrapparsi a quel muro, sembrava si volesse sforzare di crescere altrove. Lungo la via scottata dal sole le auto in sosta formavano una catena grigia, l’aria ammorbata dall’asfalto. Nella quiete del dopo pranzo si udivano le abitudini della gente, i suoni delle case che uscivano dalle finestre spalancate.

Odiava il momento in cui vedeva qualcuno osservarlo da lontano. Era costretto ad avvicinarsi, ma nel farlo abbassava lo sguardo, esponendo alla sfrontata invadenza altrui la sua timida debolezza. Quegli occhi pesavano, scrutavano, ferivano.

Oltre, un cane morto. Le mosche si facevano strada sulla carcassa. Quel cane aveva un nome ed aveva una storia, ma ora non era altro che un rigido ammasso di pelo. “lascialo perdere, domani vengono gli spazzini e se lo prendono“, sentì dire. Lo lasciò perdere e si diresse a casa.

L’estate sfavillava di luce. In casa, la quiete assoluta, le cose come le aveva lasciate quella mattina, la macchinetta del caffè, le magliette stese ad asciugare, il libro capovolto sul comodino. A piedi nudi sul pavimento fresco, fece scorre l’acqua nel lavandino. Fu un’estate calda, densa, letale. Il ronzio delle mosche.

domani

16 agosto 2007

Sospeso in aria sento il vento che mi asciuga il sudore. Già è domani ma non voglio aprire gli occhi, o mi faranno male. Sento le zanzare in cerca di pelle.

Nel frigo, l’acqua è fredda, c’è il bordo opaco sulla bottiglia di plastica, e il tappo sa ancora di succo di frutta. Quando apro il frigo di notte mi sento in un mondo speciale e rassicurante. Quella luce gialla mi calma. La serpentina ha i brividi. Le foglie della pianta sventolano un po’ di verde. Ma non voglio ancora aprire gli occhi, o sarà già domani.

Sento la polvere sul pavimento, vorrei restar sospeso ancora in aria, ma non ricordo più come si vola. Forse, se tengo gli occhi chiusi. Forse, se allargo le braccia. La doccia è tiepida. Adoro l’acqua tiepida sul collo, e fare la doccia ad occhi chiusi è orgasmico. Ti accorgi di avere davvero un corpo.

Quando giungerà l’alba cadrò a terra, e mi sporcherò la schiena. Forse aprirò gli occhi per il dolore. Ci sono solo io per strada, posso camminare ad occhi chiusi. Li aprirò domani, domani li apro.

Blackout

26 novembre 2006

La fontana coi putti di marmo luccicava sotto i lampioni liberty illuminati a festa. La notte era calda e la gente sorridente. Lo sciabordio delle onde sul lungomare accompagnava i movimenti d’amore di una coppia sulla sabbia, i ragazzini si fermarono sulla balaustra ad osservarli, commentando imbarazzati.

Ai tavolini del bar della piazza un cameriere serviva birre e gelati, la musica del pianobar imprimeva nella memoria dei presenti il ricordo di una magnifica serata qualsiasi.
E poi le luci si spensero, come uno scoppio rovesciato, e si spense il suono del pianobar. La gente guardò in alto come se dall’alto ci fosse la risposta, e mormorò la sorpresa come se mormorando la luce potesse tornare.

Una mamma chiamò a sè i ragazzini, gli occhi di tutti si abituavano al buio, e nell’aria c’era l’attesa silenziosa ed il rumore dei cucchiaini nel vetro dei bicchieri. La gente smise di vedere e cominciò ad intravedere, e ad ascoltare. La luna a metà faceva compagnia al cielo gonfio di punti bianchi, che si rifletteva sbiadito nel marmo dei putti sorridenti. La birra scorreva, l’attesa proseguiva, le onde si infrangevano.

La luce tornò, la gente riprese ad ignorare il cielo e ad ascoltare canzoni. Per un istante nessuno riconobbe il vicino, l’amico, il compagno, poi le parole trasformarono in ricordo quei minuti appena trascorsi. I ragazzini tornarono a spiare la coppia sulla sabbia: seduti rivolti al mare, dopo l’amore, osservavano le stelle all’orizzonte ed ascoltavano i propri silenzi. Il blackout continuò solo per loro, tutta la notte.

Tosaerba automatico

11 luglio 2006

Uno dei passatempi più rilassanti di questi giorni è osservare in azione il tosaerba automatico dei miei vicini. Abito al terzo piano, e se mi affaccio alla finestra vedo uno splendido giardino, con una delicata vasca per i pesci rossi, e siepi ben potate. Ghiaia e sentieri in ordine, piante verdi e fiori che sembrano usciti dalla cornice del Decamerone.

I miei vicini o meglio dirimpettai sono una coppia di anziani, che si godono la casa da poco ristrutturata. Da qualche tempo hanno acquistato un marchingegno diabolico, un verde tosaerba automatico che sembra un piccolo motoscafo. Schiacci il pulsante e l’aggeggio parte: se incontra ostacoli fa marcia indietro e poi si volta random di un certo angolo, in modo che col tempo percorre tutto il giardino.

E’ rumoroso, ma un rumore monocorde, pertanto ci si abitua e non è fastidioso, diventa un sottofondo, un po’ come il traffico o la tv lasciata accesa. Ogni tanto mi affaccio e lo guardo in azione, scommettendo tra me e me su quale percorso compirà, e di rado indovino…

Ieri il povero tosaerba si è incastrato tra la vasca dei pesci rossi e il muro. Praticamente nel suo vagabondare si è avventurato in una specie di corridoio, 1 metro e mezzo che separa il lato piccolo della vasca in mattoni ed il muro dove sono depositati rastrelli, zappa ed altri attrezzi. E’ una zona povera di erba e piena di ostacoli, così il malcapitato motoscafo verde faceva marcia indietro ogni 20 cm, ma non beccava mai l’angolo giusto per divincolarsi! Un giro di 30 gradi e poi “crash!” sui mattoni; marcia indietro, giro a destra e poi “patatrac!” sul rastrello! E’ andato avanti così per un po’ mentre io dall’alto tifavo per l’angolo giusto… finalmente l’ha trovato ed ha infilato una morbida striscia d’erba, poi ha attraversato la stradina di ghiaia ed è scomparso nel lato di giardino che non posso vedere.

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