Nella fossa dei leoni
6 Febbraio 2008La gente era ammassata sulle gradinate. Nell’anfiteatro le voci si sovrapponevano, il cielo era cupo e rosso di un tramonto d’angoscia. Qualcuno indossò la giacca, cominciava a far freddo. La gente era ammassata ed era solo gente qualunque, mentre il cielo era gonfio e opprimente, rosso e graveolente.
I leoni entrarono nell’arena portando con sè il silenzio e la paura negli sguardi. Tre uomini li guidavano verso gli spalti come se fossero dei piccoli gattini. Con loro una donna, solitaria e triste. Non appena alzò gli occhi al cielo ci fu un boato, le nubi riversarono il loro carico sotto forma di pioggia rossa. Le gocce macchiavano pelle ed abiti, ma nel volto le lacrime della gente le scoloriva in un rosa annacquato. Pesanti, calde, violenti, le gocce di sangue dipinsero il teatro di morte e di terrore.
Un urlo. I leoni scattarono verso l’alto, rapidi come coltelli, i ruggiti ferali che falciavano la gente, ammassata, ma senza più speranza. Urla di donne, urla di uomini, urla di sangue. Là dove i leoni passavano restava una traccia di paura, e la pioggia. Durò una piccola eternità, poi finì nel silenzio, nel quale si udivano solo le gocce ed il loro ticchettio sugli abiti dei cadaveri.
La donna si avvicinò ai tre uomini e li sgozzò senza che essi opponessero resistenza. Essi già lo sapevano, erano lì per quello. Poi osservò il banchetto dei leoni ed attese. Quando l’acqua non fu più rossa, quando l’acqua lavò tutto ella fece un nome soltanto. Un nome di un uomo. Ed era l’unico che fosse ancora vivo. Quell’uomo si alzò in piedi. Con un cenno lei gli ordinò di seguirla, per cui uscirono dall’anfiteatro.
Diede a lui vestiti nuovi e disse: “ora vai“.

