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il post dell’apertura dei cancelli

18 aprile 2010

Tutto quello che mi ricordo sono i miei passi sull’asfalto, il semaforo giallo e le scritte sul muretto. Mi svegliavo prima che finisse la notte, ogni notte. Mi vestivo senza accendere le luci e poi uscivo per strada, nel silenzio e nel freddo. Andavo dove mi portava il caso.

Se la foglia cade dal marciapiede giro a destra. Se si spegne la luce da quella casa vado dritto. Se passa un camion giro a sinistra.

Tutto quello che importava erano i miei passi sull’asfalto, i gatti che si nascondevano sotto le automobili e l’ombra di una mamma che cullava il neonato dietro le tendine. Il freddo mi gelava il naso e mi faceva venire le lacrime agli occhi, così potevo piangere senza avere un motivo per farlo. Eppure giungevo sempre allo stesso punto, forse per caso, forse non so.

Sono di nuovo qui. Il camion non passa mai, la foglia non cade mai, la luce non si spegne mai.

Aprivano i cancelli del sottopassaggio. L’uomo in tuta districava la catena del lucchetto e poi si sentiva il rumore del ferro. La grata ondeggiava nel vuoto e finiva a sbattere sulle pareti consumate. Lui mi guardava come se io fossi un povero Cristo. Io scendevo le scale sentendomi gli occhi addosso e poi attraversavo il sottopassaggio. Puzzava di urina.

Dall’altra parte era tutto uguale. Solo, ora era l’alba, perciò me ne tornavo a casa.

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