Posts Tagged ‘inverno’

il post del palazzo di fronte

6 giugno 2009

La signora della finestra di fronte ha i capelli come Baby Jane ed un marito sintonizzato su Rete4. Lei veste in sottoveste e lui ha i calzini grigi sotto una tshirt xxxl. Da quando hanno messo le zanzariere non vedo più la faccia di Emilio Fede ma ultimamente lei ha spostato il soprammobile e il marito ha cambiato posto alla flebo. Quando si affaccia dalla cucina fuma una sigaretta e butta la cenere sul davanzale di sotto.

Lì ci abitano tre studentesse, una si chiama Bea, una si chiama Piera e una si chiama Giacomo. Bea ha il ragazzo con le converse all star, Piera ha gli occhiali e Giacomo ha i pantaloni che iniziano dal perineo. Piera è quella che porta le pizze, non so perché ma si scorda sempre i gusti e allora chiama col cellulare dall’angolo e dice sempre “aho bea tu volevi il salamino?” e poi pausa e “ah sì sì capito capito sta calma”. Non so che studiano. 

Al piano di sotto c’è un albanese. Lo so che è albanese perché ce lo vedo bene dalla de Filippi. Vive nel 1750, in un cubicolo in cui c’è una brandina, una cucina di quelle che gli altri hanno nella quarta casa nel bungalow, un armadio come quelli che ogni tanto si vedono dietro ai bidoni dell’immondizia e poi non so, non vedo altro da qui. C’è una specie di grata che separa l’albanese dal 2009. Ogni tanto lui si beve una birra affacciato alla prigione. Dalla sua posizione vede una Punto e Jackie la puttana, il segnale “senso unico” e la crepa sul muro con accanto una pisciata di cane.

A capodanno io mi affaccio alla mia finestra per vedere i fuochi d’artificio e anche l’albanese si affaccia. Solo che lui li immagina soltanto. 

il post in cui racconto una cosa magica che mi capitò

31 gennaio 2009

Una volta io avevo una gatta, ma non era mia, solo che per me era mia. Questa gatta mi piaceva assai, di carattere dico, ma era un po’ cretina come gatta perché tentava il suicidio saltando dal terzo piano almeno una volta al mese, però a me piaceva anche perché dal veterinario non la portavo io.

Un giorno la gatta che non era mia diventò ufficialmente la mia ex-nongatta e così io ci rimasi male come quando tu stai cantando e s’inceppa il cd oppure come quando una persona su cui vuoi fare colpo ti dice che “sei una brava persona” oppure come quando vai al cinema a guardare Thelma & Louise e la gente dello spettacolo prima uscendo dice “alla fine muoiono!”, insomma ci rimasi male così.

Così io ero sconsolato come vi ho detto, senza lavoro per di più, ma questo non fa ridere, e così mi venne l’ansia e pensavo solo a cose struggenti e deprimenti come gli episodi di ER oppure non so quando si rompono gli occhiali oppure non so quando la gomma per cancellare ti va a cadere sotto il frigorifero. Allora uscii di casa (e questo già è magico) e andai al parco, ma faceva un freddo! un freddo! che di bocca mi uscivano le nuvolette già sotto forma di marmo di carrara, per dire.

Insomma al parco io ero sconsolato ma ad un certo punto arrivò un gatto arancione tipo Garfield, ma a me Garfield non fa ridere, era solo per farvi capire, sia chiaro, non vi distraete, e il gatto arancione mi venne a fare le fusa sulla gamba sinistra. Penso sinistra, ora non mi ricordo. Così io pensai “che bello questo gatto se non fossi così sconsolato me lo porterei a casa” e così il gatto fece meow, e mi suonò il cellulare (cosa già magica) e mi diedero una supplenza.

Conciossiacosaché io vi racconto questa cosa perché sono passati già 2 anni e io da allora penso proprio che i gatti sono esseri magici e fatati e veggenti e anche se vogliamo un po’ bastardi ma non è questo il punto io quello che dovevo dire l’ho detto, poi pensateci voi se vi interessava o no, ma se è no, non me lo dite.

Pioggia

10 dicembre 2008

L’ombrello si apre dopo qualche secondo, le gocce martellano più del cuore in corsa. Scrosci freddi, scrosci di dicembre, che lavano l’asfalto e sporcano la giornata, una giornata di passaggio, umida, gonfia e pesante.

E le pozzanghere ostacolano il cammino, le nubi scaricano altra acqua e tu sai che non ti puoi lamentare, a che serve e poi perché. Così sorridi, così prosegui.

Come la neve, sei

3 gennaio 2008

wow che nevicata

Non è forfora, non è cocaina e nemmeno polistirolo, allora che è? ma ovvio, la candida ed esagonale* bastarda umida neve. Ah, già la neve è bella la neve è buona, scusate.

Invece no la neve distrugge le scarpe, rallenta ogni passo, fa venire voglia di giocare a palle di neve (e ciò è un male perchè non so con chi giocare), e poi soprattutto doveva scendere a Natale, che faceva più telefilm americano**, non ora, che invece spacca i maroni peggio del diabete.

Comunque quella della foto è Parma. Cioè quella mini-parte-di-Parma che si vede se ti affacci dalla finestra numero 2 di casa mia. Che romanticismo di scenetta vero? Candida e soffice come la schiuma da barba, non ho poi realmente un motivo per odiarla, la neve. In fondo non è mica ferragosto. Avevo inziato così, da vero “duro” incazzato e finisco da vero “pappamolla” sdolcinato.

Che poi, capirai.

*si vede che sono un bravo professorino di scienze eh?
** con tanto di pentimento-conversione del protagonista cinico in protagonista sensibile, ovvio.

Perciò si alzò

2 gennaio 2008

L’aria entrò fredda e violenta dalla finestra aperta. Le tende flapparono nella solitudine della stanza, scompigliando i fogli lasciati sulla scrivania. Invisibili goccioline d’acqua gli bagnarono il volto, ma nel buio nessuno le avrebbe notate, per cui lasciò che il gelo gli riempisse i polmoni, lentamente. E poi si lanciò nel vuoto, senza mai toccare terra.

La luce arancione si mischiava all’odore di carne. Si era tolto le scarpe e si massaggiava i piedi nei calzini di spugna. Sul tavolo, una birra e del pane; qualcuno alla tv. La grata della finestra dava sul marciapiede, ma solo in pochi, passando, sbirciavano all’interno. Passò il capodanno sperando di sorridere al primo che l’avesse osservato.

C’era tanta folla con gli occhi all’insù, a guardare i fuochi colorare il cielo di rosso e di giallo. Gli sguardi pietrificati e sorrisi alcolici, le orecchie colme di buoni propositi. Tanta felicità fluttante nell’aria, nessuno che riuscisse realmente ad afferrarla. E ancora rosso, nel cielo, e giallo.

Si era messo il vestito buono, ed aveva cenato in salotto. A lei l’odore di muffa non dava fastidio. Aveva alzato i termosifoni e poi si era appisolata poco prima della mezzanotte. Lui le aveva detto che sarebbe tornato, per cui rifiutava di credere che potesse averle mentito su una cosa simile. Ci sperava ogni capodanno, da 30 anni. E se non questo, sarebbe tornato il prossimo anno. Perciò si alzò per sparecchiare.

Viaggia da solo

21 dicembre 2007

bus vuoto

A Natale si fanno gli auguri. Lo fanno tutti ma non si capisce bene cosa ci si augura. Dopotutto la formula è “buon natale” che non è molto diversa da “buon giorno”, basta che il giorno abbia un nome.

Però buongiorno è buongiorno e buonnatale è rosso, è le palline, la famiglia a tavola, i regali, siamo più buoni, è così e basta, la messa a mezzanotte, 300sms, stacchi la spina, il dolce nel forno, i propositi, i ricordi, l’atmosfera, l’illusione.

A Natale si fanno gli auguri a tutti. Anche a chi non conosci e a gente che manco sai chi è e perchè. E poichè tutti lo fanno, è cosa da farsi. E’ risaputo. Così succede che la lezione finisce, e che (quasi) tutti si attardino. “Auguri!”…”scusa come ti chiami? ah sì, tantissimi auguri!”. A me neanche è venuto in mente, a dire il vero. Me ne sono andato a prendere l’autobus come al solito. Ma ero l’unico alla fermata, perchè gli altri erano ancora intenti a farsi gli auguri. E ho viaggiato da solo, come spesso mi accade.

il freddo conserva

13 dicembre 2007

adamo al freddoPulsiamo. A volte, ci espandiamo verso la vita; altre volte ci abbandoniamo ad essa, ma spesso, spesso diventiamo piccoli piccoli, per non disperdere il calore.

E’ bello avanzare nell’Inverno protetti da sciarpe e cappotti, sapere che c’è una coperta per la notte, che le nostre mani sono riscaldate da guanti soffici. Ma il rimpianto del caldo e dell’Estate ci accompagna come una ruga sul volto, che dopo un po’ ti abitui ad averla.

Il freddo conserva pure i cadaveri.

Qualche volta, quando cammino per strada e vedo l’aria rapprendersi in nuvolette ad ogni respiro, desidero che l’inverno duri per sempre. Poi mi accorgo che nei miei occhi c’è ancora tanta voglia di primavera, e per una volta spero che il mio desiderio non sarà esaudito.

per strada

14 novembre 2007

Per stradaMi piace moltissimo quell’ora che la gente torna a casa. E’ buio ma non è tardi, e ci sono un sacco di luci arancioni e blu e gialle e dei semafori. D’inverno poi è più bella ancora, quell’ora lì, anche se ogni tanto piove o se fa un freddo che manco con tutto il WWF addosso ti scaldi.

Mi son messo a guardare i riflessi delle luci dai vetri dell’autobus. Ogni tanto lampeggia il verde di una farmacia, l’arancio di un lampione vecchio, il bianco dei fari della gente in coda. E poi quando sento le ruote che schiacciano le pozzanghere e vedo i vetri che si appannano col fiato del freddo mi pare di stare nel posto più bello del mondo.

Con le foto fai fatica ad immortalare il momento. Ci volevo provare ma poi non sapevo che scattare, e mi son messo a fare clic alla rinfusa mentre camminavo. Mi ritrovo 20 scatti di marciapiedi.
Io poi non so perchè la gente si scusi sempre della qualità delle proprie foto e non si scusa mai della qualità di ciò che scrive, l’avete notato?
E’ bella quell’ora lì, quando torni, più che quando vai.

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