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contiene odori ma niente basilico

20 novembre 2011

Allora io mi andai a sedere e vicino a me c’era un vecchio che puzzava di armadio. La ragazza di fronte si era messa la frutta fresca sotto al naso e la sniffava con gli occhi al cielo, col libro si sventolava per passare l’aria impestata al tizio con il word acceso su una carta intestata. Lo scompartimento era pieno come Gallipoli a Ferragosto, e se pure pensavi di cambiare posto neanche in piedi te la potevi fare, perché i tedeschi avevano riempito di zaini il corridoio e uno si era pure tolti i sandali. Quando il capotreno fischiò, la ragazza fece un sospiro complice e io la volevo pure prendere in simpatia, ma stava leggendo Baricco, e così decisi di non darle confidenza.

Arrivati a Lambrate i tedeschi si guardarono in giro per capire in quale scorcio d’Italia si trovavano. Videro solo gente sudata e palazzi verdi. Nessuno si alzò dal suo posto e così rimasero a custodia dei propri zaini, con i peli biondi delle cosce che parevano piste d’atterraggio per zanzare. Il vecchio si raschiò la gola e la ragazza prese Baricco e se lo mise davanti agli occhi per attutire il colpo. Il tizio col word digitava coi due indici battendo la barra spaziatrice come una sentenza della corte di cassazione. Il vecchio si sistemò il pantalone e rimase con i palmi delle mani poggiati sulle due ginocchia, tipo la Sfinge. Io sedevo in italic con la testa nel corridoio, pregando che il tedescotto non sterzasse a destra bruscamente.

Rogoredo invece era tutta giallina e il sole martellava. C’era una, un paio di tedeschi più in là, che parlava al telefono con il fidanzato e diceva: “ma sì ma sì”. Poi si sistemava la ciocca dietro il padiglione auricolare e diceva “ma sì ma sì”. Il vecchio con un po’ di fortuna forse sarebbe morto prima di arrivare a Lodi, e l’avremmo buttato dal finestrino. Sotto sotto il tizio del word poteva anche avere braccia muscolose, e la ragazza coi pezzi di mela non aspettava altro. Un tedesco si era seduto su una pila di sacchi a pelo e tra i suoi occhi e i miei occhi pareva l’annunciazione del Beato Angelico.

Quando il treno arrivò a Lodi era finita tutta la frutta, e pure tutte le tic-tac. Il word aveva chiuso i segreti nella valigetta e sfogliava delle fotocopie con aria saputa. Il vecchio teneva le mani sulle cosce e la faccia rivolta al finestrino, da dove si vedeva solo campagna e i tralicci dell’enel. Qualcuno scese, per grazia di Dio, così un paio di tedeschi presero posto. Non salì nemmeno un cinese nello scompartimento, e dietro di noi avevano aperto i finestrini per cambiare l’aria. Passò il controllore e timbrò tutti i biglietti. Secondo me neanche guardava il timbro, lui cliccava e basta. I tedeschi prendevano il passaggio del controllore con aria assai solenne, e mentre quello faceva i buchi loro stringevano il culo sperando di essere in regola. Quando lui poi passava oltre con un grazie loro facevano un cenno con la testa, poi si rilassavano e si accasciavano sugli zaini o sui seggiolini. Il vecchio cacciò il biglietto dalla tasca insieme all’odore della solfatara di Pozzuoli.

A Piacenza la ragazza aveva preso in odio pure Baricco. Aveva adocchiato un posto dall’altra parte, dove se ne era sceso un ragazzetto dalle braccia lunghe. Sicuramente sarebbe stato meglio di quella fogna del vecchio, se non fosse che i due mustafà avevano incrociato i piedi nell’incavo tra le poltroncine formando una croce di sant’Andrea noncuranti del tedesco con gli occhiali. Con un po’ di fortuna però sarebbero scese anche quelle tre cretine che ridevano da Casalpusterlengo, e lì era rimasto solo il ciccione col Diabolik. Seguendo i spostamenti dei suoi occhi, avevo capito che la salvezza era a portata di mano, e quando la ragazza si alzò in piedi tenni le mani in tensione sui braccioli, pronto a seguirla. I tedeschi superstiti erano stati più agili, tuttavia, e si erano impadroniti dei posti delle tre cretine con una veemenza che non ammetteva repliche. Sgombrato il corridoio dagli zaini più mastodontici, ora nello scompartimento si sentiva solo di tanto in tanto: “ma sì ma sì”.

Fiorenzuola arrivò che la nostra resistenza era al limite. Avevo sniffato tutta la colla del Focus Extra e sapevo a memoria quanti giornali impilati ci vogliono per arrivare fino alla Luna, quand’ecco che il word si alzò e scese dal treno, liberando il posto di fronte al vecchio. La sorpresa fu enorme, anche perché ora il vecchio si sentì legittimato a sgranchirsi le gambe. La ragazza di fronte a me aveva retto fino ad allora, ma il colpo fu troppo, e le sue labbra articolarono un flebile “aiuto” che mi stampò il sorriso sul volto. Posò Baricco sul sediolino e alzandosi mi disse: “mi guarda la borsa per favore? vado un attimo in cerca del bagno”. Io accennai che sì l’avrei fatto, e sgranchii le mie cosce, i peli castani, non biondi.

A Fidenza la ragazza tornò a prendere i suoi oggetti personali e se ne andò. La vidi con la coda dell’occhio sedersi in fondo alla carrozza, lontano dall’inferno olfattivo. In effetti ora i posti c’erano e potevo salvarmi a mia volta. Un po’ mi dispiaceva separarmi dai tedesconi, ma decisi che dovevo a me stesso almeno dieci minuti di tregua, perciò mi scelsi un posto in finestrino, dove in diagonale c’era uno di quelli con la camicia bianca che ti recita la Bibbia a memoria. L’aria si era un po’ rinfrescata, e quando il treno ripartì mi venne pure voglia di chiudere gli occhi cinque minuti, ma ormai ero quasi arrivato, e mi limitai a guardare i campi coltivati e le macchine che scaricavano fuori dai casolari.

Arrivai a Parma pure quella volta lì. Il giornale lo dimenticai volutamente sul treno, volevo le mani libere, per una volta che viaggiavo senza niente. I tedeschi proseguivano, facile che andavano a prendere la coincidenza a Bologna. La ragazza con Baricco si era appisolata con la testa a pochi centimetri da una pratica donna con un completino a fiori che spuntava checklist con aria consapevole. Aveva un deodorante delicato. Dal binario 2 il convoglio ripartì con tutti i suoi zaini e i suoi sandali e io buttai i biglietti nel cestino, per farmela poi a piedi a casa. Mi chiamò mio fratello per sapere se ero già arrivato e senza volere gli risposi “ma sì ma sì”.

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