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il post liberatorio

1 dicembre 2009

Così continuai a camminare fino a quando non vidi la merceria. Ogni tanto mamma mi ci mandava a comprare il cotone. La strada aveva una specie di dosso e io ero molto piccolo. Non sapevo bene se fosse la direzione giusta. Avevo la mia tuta nera con la riga bianca. Mi ero perso. Odiavo andare al tennis. Non ero capace, il maestro rideva e i bimbi erano veloci. In più, loro le racchette le portavano da casa mentre io dovevo prendere una in quei mucchi enormi. I grandi correvano più veloci di me e puzzava di gomma e di terra battuta. Papà non poteva neanche venire a guardarmi e c’era una luce arancione nell’aria. Non colpivo mai il muro. Le baracche sul campo erano fatte di lastre d’alluminio, mi pareva, e i vecchi sedevano su sedie di paglia. Mi ero perso e quando superai il dosso già piangevo. Così continuai a camminare fino a quando non vidi la merceria. Poi svoltai a sinistra e ritornai a casa.

Qualche volta, la domenica, entravamo in quella strana via. Finiva, ma non finiva. C’era un’officina di camion sotto al ponte della sopraelevata. O era solo un ponte. Papà penso che ci teneva per mano. Quell’officina era rossa e marrone ed era alla fine della strada e al buio, e sopra passavano le macchine. Poi salivamo delle scale strette e di lato si sentivano le auto correre, però c’era silenzio in quella casa di quelle scale di quella via. Allora facevamo silenzio perché era come essere furtivi. Papà apriva il cancelletto verde di ferro e salivamo altri gradini. Poi la magia, eravamo sul ponte. Ci faceva guardare la via che avevamo fatto dall’alto, e si vedevano le palme del giardino della villa, e i camion erano piccoli. E la strada era in discesa finché non arrivavamo alla statua coi manifesti elettorali sul basamento. Dovevamo camminare assai, ma solo perché i nostri passi erano piccoli.

Poi c’era quel tipo con il cane. Avevamo molta paura di quel cane. Quando la strada stava per finire i palazzi diventavano sempre più scuri e sempre più rotti. Lì ci viveva un uomo e forse una donna. Viveva in un posto in cui prima c’era gente. Adesso c’era un vecchio seduto sempre allo stesso posto e dentro una casa di tufo c’era un letto e qualche pentola. Noi camminavamo più lenti che le più lente lumache. Il cane era sotto quel portico che pareva la stalla. Dovevamo passare davanti a lui se volevamo uscire dall’altro lato. E dovevamo anche aprire la porta. Però era buio anche se era giorno e avevamo paura. Solo che volevamo anche uscire dall’altro lato, perché così era meglio. Qualche volta il cane abbaiava, così urlavamo e correvamo anche se non dovevamo correre. Alcuni correvano di più. Poi chiudevamo la porta e riprendevamo fiato. E anche quella era domenica.

Una sera poi mi misi a guardare il palazzo. C’era un giardino, di quelli di periferia, con le aiuole e lo scivolo giallo, i giochi per i bambini. Il treno fermava lì, sotto il tunnel. Tu uscivi dal tunnel e ti ritrovavi in periferia. C’era sempre qualcuno che fumava con la scarpa appoggiata al muro e la bottiglia in mano. La sera lì era marrone, perché l’aria si mischiava coi lampioni e con la paura e la luce veniva fuori la luce cupa e di paura. Mi ero perso. Pensai che forse l’uscita era dall’altro lato del tunnel, ma non volevo ripercorrerlo. Avevo freddo e i passi lì sotto suonavano cupi, in più era sera e avevo quella cosa in gola di quando non vedi l’ora di rivedere la persona che vuoi rivedere e non sai se è così anche per lui. Così non tornai sui miei passi e guardai le luci delle stanze di un palazzo di gente che viveva lì. Svoltai dove sentivo le macchine. Poi si scaricò anche il cellulare e mi ritrovai che non sapevo più dove andare. Neanche era la mia città. Però non potevo piangere questa volta, e così provai solo a ragionare. “Se lo conosco bene allora penserà così, farà così, lo troverò lì”. E così fu. E quella notte fu la notte in cui pensai che si potevano accendere mille luci gialle. Lo pensai veramente tanto.

Una sera mi misi a letto, a leggere. Mancò la luce e non avevo finito ancora il primo capitolo, così il libro lo buttai e non mi ricordo neanche più il titolo.

C’era la neve e io avevo anche gli scarponi. Così girai per le strade e non capivo perché la gente si rintanasse in casa. E siccome non avevo nessuno a cui tirare le palle di neve allora passavo coi guanti la neve sulle automobili, poi facevo finta di buttarla così sul prato ma dentro di me mi immaginavo la scena che ero contento e che giocavo. Tanto nessuno mi vedeva e se mi vedeva da dietro a qualche tendina allora forse manteneva il segreto lo stesso, tutti ce l’hanno i segreti e quando uno si affaccia che c’è la neve ma non scende allora è lì che guarda e vorrebbe fare quello che fai tu e se vede che non lo fai dentro di sè lo capisce e poi sposta la tenda e ritorna a fare quello che sta facendo in casa sua, e di questo segreto rimangono solo le impronte dei tuoi scarponi sulla neve.

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