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il post in cui una gelataia mi vuole adottare

5 settembre 2008

Quand’io ero un essere in giacca e cravatta vivevo a Milano sul tram 12 o 14. Devo dire che il mio cubicolo era bello perché era giusto al centro e così mi spiavano a turno ed io avevo sempre molto da fare, un po’ perché la fotocopiatrice si inceppava spesso, un po’ perché ero così bravo che tutti mi volevano con sè come schiavetto personale.

Allora la mia soddisfazione più enorme anzi direi “più enorme” era quando tornavo a casa e sotto casa c’era una gelateria. Ora io vi potrei anche dire dove stavo ad abitare ma tanto a voi non interessa e poi se ve lo dico è inutile perché ora non abito lì, per cui dicevo c’era una gelateria e dentro una gelataia coi capelli tipo Dado Knorr e le unghie smaltate come si usava ai tempi della guerra fredda. (o nei film porno, decidete voi dipende da se siete maschi o femmine)

Io mi ingozzavo di granite e gelati vaporosi e in quei 10 minuti chiacchieravo anche con la gelataia, un po’ perché tutto sommato era l’unica persona con cui non comunicavo in outlook express, un po’ perché a parlare del tempo e del traffico e degli affitti e del governo bisogna allenarsi, sennò da vecchio uno è tagliato fuori da tutte le comitive di tressette.

E insomma io dovevo cambiare casa ma non avevo mica tempo di cercare, così la gelataia una sera mi diede “nocciola e amaretto” (sceglieva lei perché mi dava quello più fresco, tanto per me tutti buoni erano) e disse che se volevo potevo andare a vivere da lei. Io ero superstupefatto e pure un po’ con la lacrimuccia degli attori di soap opera, ma la gelataia disse che il marito era morto 2 anni prima e il figlio si era sposato perciò ora era sola in casa. Mi avrebbe fatto da mangiare e m’avrebbe pure lavato i panni, bastava solo fare due chiacchiere la sera e poi avrei avuto il gelato gratis.

Io non pensai mai nemmeno per un secondo ad una proposta  con qualche secondo fine, per cui se ve lo dico vi potete fidare, però poi successe una cosa e poi un’altra e poi quella dopo e così non andai mai ad abitare dalla gelataia. Anzi, non andai mai più in quella gelateria, perché ora che sono a Parma mi è un po’ scomodina.

E così. Comunque, la storia finisce qui ma prima vi devo dire che il mio gusto preferito di gelato è ad amaretto. Buono.

Download completato

19 giugno 2008

Che poi a vederlo dormire potevo restarci anche tutto il giorno.
A lui piacevano i download. Stava lì a guardare la barra salire al 15%… 16%… e intanto fumava, per stordirsi, la testa inclinata e gli occhi acquosi. 21%… 22%. La ragazza al telefono. Ci litigava sempre. Io restavo lì in attesa perché sapevo che poi si sarebbe sfogato con me e mi avrebbe detto che ero il suo migliore amico e che mi voleva bene. 34%… 35%.

Quando spegnevamo le luci parlava sempre lui per primo. Aveva cose da dire. Aveva cose da dire solo a me. La mia forza era essere presente per lui quando ne aveva bisogno. Ero colui che ascoltava le parole che precedono le lacrime, quelle che dici non a chi ami, ma a chi sai che t’ama.

L’alba, poi il giorno, poi la sera. 64%… 65%, tanto fumo, tanto caos, tante parole. Ascoltavo, ascoltavo. Condivideva il sua passato atroce con me. 89%…90%, ogni sera un pezzetto, fino al più doloroso e tragico. Io ero lì per lui, io…ero lì per lui.

Un giorno, per strada, io andavo al lavoro di qua, lui di là. Mi fermò  all’improvviso e mi disse che per la prima volta dopo tanti anni era contento che fosse arrivata l’estate. “è merito tuo, ti voglio bene. Ricordati che anche fra 100 anni io ti voglio bene”. Mi ritenni felice. Non lo rividi mai più. 99%…100%: download completato, si prosegue. (755)

Dall’1 al 4

25 novembre 2007

La Rinascente zeppa come una gallina imbottita. Chissà come mai le toilette sono al piano delle donne, così dal freddo ammezzato decidiamo di prendere l’ascensore e schiacciare il 4. Ci saranno 10000 pubblicità di gente che entra in ascensore e poi quando si riapre è successa una cosa buffa o una scena di seduzione, ma stavolta invece c’erano mezza dozzina di donne con almeno 3 borse ciascuna che si accalcavano noncuranti del limite di 13 persone. E poi una demente che diceva “stringiamoci“.

Perciò quando la porta si è aperta sull’1 un’intrepida imbecille ha provato ad entrare ma ci abbiamo messo mezz’ora a farle capire che la porta non si chiude se qualcuna si piazza sopra la fotocellula. In più una tipa scamazzata al muro gridava “mi sento male fatemi uscire!”. Mamma era in zona incontinenza, io in zona serial killer.

L’apertura sul 2 è stata liberatoria. E’ uscita la stangona che aveva provato tutti i profumini del piano terra così abbiamo smesso di trattenere il respiro. Secondo me qualcuno ha pure scorreggiato per la disperazione. Al terzo piano una donna ha provato ad entrare e a chiedere “scende?”. 12 voci hanno risposto “nooooo” e quella sta ancora a piangere per il trauma.

Finalmente il quarto piano ed i gabinetti. C’era una fila, tra le donne, che fossi imprenditore ci metterei un distributore di tampax proprio lì e domani faccio la gara col sultano del Brunei. Per ogni 10 maschi che tornavano più lenti di come erano andati, a stento ne usciva 1, di femminuccia. I mariti stavano fuori a mantenere gli ombrelli e le buste e a farsi due palle così, che poi è il loro compito principale.
Vuoi tu prendere in sposa…? E allora poi stai zitto, e non un lamento!

Finisce così

4 maggio 2007

L’aria è pesante di odori. Ho il braccio intorpidito, mi sveglio in un letto diviso a metà. Oggi si comincia, oggi tutto finisce. Sul soffitto, le stesse crepe, le stesse ombre, le tapparelle mosse dal passaggio dei camion del latte. Lui respira calmo, ieri sera ha pianto di ricordi, l’ho accarezzato e non ha tolto la mia mano dal volto.
E’ qui accanto a me, cosa provo per lui? L’amo, forse. Perchè non so dire che l’amo, neanche in un ricordo? E’ qui accanto a me e non si sposta. Mi avvicino e lui non si sposta.

Non dovrei, non potrei, ma lo faccio o non è vita. Lo tocco. Lui dorme e la sera prima non è andata ancora via. Ha lasciato che dormissi sul suo petto, questo vale qualcosa. Perchè se non vale niente, che vita è. E lo tocco perchè voglio dirgli cosa provo, perchè ho bisogno di farlo.

Le 5:57, lampeggiano le ombre proiettate sul soffitto. Odio quest’orologio. Si sveglia, se ne accorge, si alza, se ne va. La giornata inizia finendo. Vomita in bagno, non parliamo. Non ci parliamo. Ho mal di pancia, e sto per svenire. Lui si stordisce, si fa una canna, poi un’altra, poi un’altra. Va in bagno e sanguina da morirci.

sei un fratello per me, capisci? un fratello” mi piange. “un fratello, ti voglio bene che non lo sai quanto ti voglio bene” e sanguina.

Io sto in silenzio, come sempre. Chiudo le finestre, chiudo le porte, chiudo i cancelli.  Stanno per iniziare 2 lunghi anni nel dolore. Ogni tanto arriva questo capodanno, lo conosco già e lo faccio accomodare. So che andrà via. Prego, entra pure, e sanguino pure io.

L’aria è pesante di sangue. Andiamo al lavoro e non ci diciamo ciao perchè non vogliamo dirci addio. E’ il nostro primo giorno di lavoro, il primo, e lo passiamo cacando sangue nel gabinetto, tant’è il dolore. E poi non ci rivediamo più. Finisce così.

Finisce che il tempo lentamente passa, la vita scorre e non ti chiedi più perchè. Quando arriva il ricordo, gli fai spazio, e lo fai accomodare. Tanto sai che andrà via.

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