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le mosche si facevano strada

15 gennaio 2008

L’edera era stanca di aggrapparsi a quel muro, sembrava si volesse sforzare di crescere altrove. Lungo la via scottata dal sole le auto in sosta formavano una catena grigia, l’aria ammorbata dall’asfalto. Nella quiete del dopo pranzo si udivano le abitudini della gente, i suoni delle case che uscivano dalle finestre spalancate.

Odiava il momento in cui vedeva qualcuno osservarlo da lontano. Era costretto ad avvicinarsi, ma nel farlo abbassava lo sguardo, esponendo alla sfrontata invadenza altrui la sua timida debolezza. Quegli occhi pesavano, scrutavano, ferivano.

Oltre, un cane morto. Le mosche si facevano strada sulla carcassa. Quel cane aveva un nome ed aveva una storia, ma ora non era altro che un rigido ammasso di pelo. “lascialo perdere, domani vengono gli spazzini e se lo prendono“, sentì dire. Lo lasciò perdere e si diresse a casa.

L’estate sfavillava di luce. In casa, la quiete assoluta, le cose come le aveva lasciate quella mattina, la macchinetta del caffè, le magliette stese ad asciugare, il libro capovolto sul comodino. A piedi nudi sul pavimento fresco, fece scorre l’acqua nel lavandino. Fu un’estate calda, densa, letale. Il ronzio delle mosche.

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