Posts Tagged ‘no veramente blockbuster mi mette tristezza vi giuro’

il post del tragitto che faccio per andare a scuola

20 novembre 2009

Io scendo e chiudo il portoncino e il portoncino fa “clonk”, però non è rotto, e poi di fronte a me una troia si aggiusta la parrucca, così io faccio finta di non averla vista e giro a sinistra, dove c’è il parcheggio dei motorini. L’albanese si beve una birra dietro la tendina e sulla crepa il ragno ha ricavato un piccolo soppalco abusivo.

Poi c’è la decrepita agenzia immobiliare urania che è dove sono ambientati i fumetti di Alan Ford e all’incrocio c’è un vecchio che per fortuna non ho i raggi X altrimenti ora saprei farvi una slide sulla gonorrea e sullo scolo. La puttana dietro le luci natalizie è imbalsamata e c’è una tenda rossa come quelle che dietro c’è il nano di twin peaks. Io rabbrividisco e attraverso.

Però sono contento di andare a lavorare.

E quindi poi c’è la strada con la scuola di ballo. Secondo me ci fanno il jazzercize. C’è anche un tipo che aggiusta le macchine, si chiama Tudor, e mi fa cagare. Io attraverso sulle strisce e si vede la finestra di una vecchia che ha una credenza coi bicchieri messi in ordine e secondo me non ci ha mai bevuto nessuno lì dentro, già sento l’odore del legno e degli anni ‘50.

Questo tratto poi mi piace, perché devo attraversare e le macchine si devono fermare. Io vedo solo i fari accesi e mi sento in un telefilm americano. Però per fortuna nessuno ingrana la marcia e così non finisco in un contorno di gesso. La pista ciclabile per la classifica del sole24ore, il marciapiede, il garage, le due sorelle che guardano rai1, blockbusters.

Mi mette tristezza blockbusters. Blockbusters era bello prima. Mi mette tristezza, ci rimango una vera merda se penso a quando entravo lì a scegliere le videocassette. Poi è troppo blu, non so spiegarvi, cioè sì, ma non voglio, non ora, non in questo post, è triste, io metto la mano sulla mano arancione, il semaforo fa “clonk clock” e attraverso.

Uh, fa come il portoncino.

Poi sono sulle foglie morte, poi qui c’è sempre la nebbia. La borsa pesa, la strada è vuota, il buio è buio e la sera è sera. E io passo davanti ai tavolini vuoti di pensionati che bevono in piedi quell’altro caffè, poi entro nel cancello e faccio i gradini. Poi saluto Domenico, saluto Alham, timbro il cartellino e poi mi tolgo la sciarpa.

Sono a scuola, poi però torno.

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