Posts Tagged ‘notte’

Tre rintocchi

27 aprile 2008

La campana di notte è più solenne. Tre rintocchi, quando l’aria ti solleva i peli sul braccio e ti vengono quei brividi belli, quelli che sei solo tu e il vento. La fontana è stupida, la stessa acqua che scende poi sale poi scende poi sale: nessuno la beve nessuno la usa e dopo un po’ nessuno la guarda, ma tutti l’ascoltano e per un secondo si illudono di stare al mare, quando le onde accompagnano quelle passeggiate col cuore che ti batte e ancora non ti fa male.

A parte il buio la strada è come di giorno, vuota. Ma puoi assistere ai segreti della gente, ai loro sbadigli, alle luci dietro ai vetri che si spengono e poi si accendono. Auto che attendono portoni che si aprono, vecchi ubriachi che svoltano barcollando sulle loro biciclette sgangherate. Tu pensi che nessuno ti osservi ma c’è sempre qualcuno che osserva la stessa aria immota che stai a guardare tu. Gente che dorme e gente che fa l’amore, gente che è sola e gente che è sola, molto sola.

Il peggio è quando comincia a spuntare l’alba. Perché è proprio allora che ti vien sonno, ma ormai i pensieri sono andati avanti ed il letto è già sfatto. Non c’è libro che tenga, non c’è film, non puoi chiamare nessuno a quell’ora infame, uscire non puoi e neanche ti viene in mente di farti una sega. Hai sconfitto te stesso e da te stesso sei stato sconfitto, imbecille, ed ora chiudi gli occhi e dormi, se puoi: domani farà schifo, ma se sei fortunato non te ne accorgerai nemmeno.

nuota, nuota

28 gennaio 2008

La maglietta era tutta stropicciata. “Arrivo subito!”, disse, e si precipitò per le scale. Puzzavano di detersivo, il cactus sembrava afflosciarsi e la luce illuminava le porte dell’ascensore. La vecchia demente succhiava un ghiacciolo sulla panchina, sola, le sottane rattrappite come le rughe del volto. “Eccomi!”, dichiarò.

In auto, c’era quell’odioso arbre magique verde. Si era fatto la barba, l’altro, aveva messo una camicia a fiori e sembrava un tamarro con quel nuovo paio di scarpe luccicanti. Ma aveva un buon odore e poi era sempre puntuale. “ciao, tutto bene?”. Lui annuì, tanto era di poche parole. Annuiva e basta. Ma andava bene così: c’è gente che parla e c’è gente che ascolta, ecco.

Nel parcheggio le auto erano gonfie di sudore. La carta dei giornali si appiccicava ai finestrini, assorbendo suoni e umori. Ogni tanto qualcuno scendeva a fumarsi una sigaretta, dopo. Quella sera fu veloce e anonima. Forse, per via della maglietta stropicciata, o per via delle scarpe luccicanti. L’aria si era fatta fresca, c’era quasi tutta la luna in cielo, tanti amanti in terra, e un uomo solo che nuotava nel mare, di fronte.

Scesero dall’auto, poi si aggiunsero altri e poi altri ancora. Lasciati i segreti nei cruscotti, la gente osservava quell’uomo solo nuotare. Invidiavano la libertà di quella calda solitudine d’acqua. L’alba era ancora lontana e il viaggio di ritorno, lungo.

quella maledetta campana

10 gennaio 2008

quando suonò le 3

Avevo sete e solo un succo d’arancia nel tetrapak. Avidamente, con una riga arancione che mi colava sul mento, lo finii tutto. Pensavo che forse mi ci sarei stordito, ma non volevo che quello. Tolsi le scarpe e mi sdraiai sul letto sfatto del giorno prima, non ricordo se tolsi anche la maglietta ma ricordo che era nera e sudata, puzzava del fumo di qualcuno.

quando suonò le 4

“no, ti prego, no. voglio dormire, lasciami dormire qualcuno mi lasci dormire!” l’ansia montava. piangevo per la disperazione “basta basta non ne posso più perchè mi capita questo perché, perché, perché?” avevo un sasso nel cervello e mi concentravo sul sasso e il sasso mi faceva male. e io continuavo a fare la domanda più difficile che si possa fare: “perché?”

quando suonò le 5

alzati, lavati, piscia, caca, vestiti, il caffè, i denti. la cravatta attento, la cravatta e le scarpe. Non scordare il materiale. vai, è già giovedì, vai, cammina, cammina, aspetta, siediti, leggi e poi leggi, poi arriva e saluta e poi siediti, dì di sì, dì di sì, dì di sì.

quando suonò le 6

“che fai già sveglio?” “non ho sonno”.
“ma sono le 6″ “non ho sonno”.
“prova a dormire ancora un po’, è presto” “no, non ho sonno”.

Stanotte

20 novembre 2007

stanotte1Stanotte ho sognato di nuotare, e mi sono svegliato di buonumore. Ho aperto le finestre per cambiare l’aria, e faceva un freddo da freezer. Il caffè l’ho macchiato con un poco di latte. E’ finito, devo andare a comprarlo. C’è il bucato da stendere ed ho una giornata piena come un saccottino del mulino bianco. A volte, riesco a sentirmi felice come una quaglia che il cacciatore spara a quell’altra.

stanotte2Stanotte ho sognato di volare, e mi sono svegliato tranquillo. Ho aperto le finestre per cambiare l’aria e sono rimasto affacciato finchè non mi è venuta la pelle d’oca. Il caffè era buonissimo. Dopo vado a comprare il latte, e poi c’è da fare la lavatrice. Ho più cose da fare oggi che negli ultimi 10 giorni.
A volte, riesco a sentirmi sereno come un cero acceso davanti alla Madonna.

stanotte4Stanotte ho sognato di guidare, e mi sono svegliato con l’ansia. Faceva un freddo che ho messo la sciarpa prima di aprire le finestre. Il caffè è venuto su in un minuto, neanche il tempo di togliere il bucato dalla lavatrice. Ho una giornata zeppa come i camion di cocomeri. E per di più è finito il latte.
A volte, riesco a sentirmi inquieto come uno sceneggiato Rai degli anni ‘70.

stanotte3Stanotte ho sognato di correre, e mi sono svegliato stanco. Neanche volevo aprire le finestre per cambiare l’aria. Questo freddo di mattina lo odio. Persino il caffè non sapeva di niente. Ci ho messo il latte, ma è finito il tetrapak. Devo stendere quegli asciugamani. Ho una giornata piena come i buchi dell’emmental.
A volte, riesco a sentirmi uno schifezza come quando dici una cosa e poi ti penti.

Apparentemente

4 ottobre 2007

Ci fu l’uovo nello stagno e la maniglia di ottone. Rondini sui libri di scuola e cani ammazzati da auto in retromarcia. E fu così e le nubi scaricarono pioggia. Scialle di lana ed inverno di candele. La paura nelle preghiere dei bambini, il freddo che saliva ai polpacci, il nome di Dio invocato nelle chiese.

Ci fu la maniglia di ottone ed un urlo nella notte. Il fumo delle ceneri e un pettirosso morto sull’asfalto. E le nubi scaricarono neve e fu così. Il freddo dietro il collo e il terrore di voltarsi. Qualcuno osserva da una porta socchiusa, il lamento di una vecchia sul letto di sudore, ed i suoi capelli sciolti. I suoi capelli, sciolti.

 

E furono coriandoli di feste già morte.

Ci fu il sangue sulle montagne, il mare buio rovesciò le barche. La luce nella casa debole e gialla, e il bimbo singhiozzava a bassa voce. E fu così che le nubi scaricarono grandine fuori dai vetri. Seduta, una donna guardava la porta. E la porta si aprì, e lei reclinò la testa.

domani

16 agosto 2007

Sospeso in aria sento il vento che mi asciuga il sudore. Già è domani ma non voglio aprire gli occhi, o mi faranno male. Sento le zanzare in cerca di pelle.

Nel frigo, l’acqua è fredda, c’è il bordo opaco sulla bottiglia di plastica, e il tappo sa ancora di succo di frutta. Quando apro il frigo di notte mi sento in un mondo speciale e rassicurante. Quella luce gialla mi calma. La serpentina ha i brividi. Le foglie della pianta sventolano un po’ di verde. Ma non voglio ancora aprire gli occhi, o sarà già domani.

Sento la polvere sul pavimento, vorrei restar sospeso ancora in aria, ma non ricordo più come si vola. Forse, se tengo gli occhi chiusi. Forse, se allargo le braccia. La doccia è tiepida. Adoro l’acqua tiepida sul collo, e fare la doccia ad occhi chiusi è orgasmico. Ti accorgi di avere davvero un corpo.

Quando giungerà l’alba cadrò a terra, e mi sporcherò la schiena. Forse aprirò gli occhi per il dolore. Ci sono solo io per strada, posso camminare ad occhi chiusi. Li aprirò domani, domani li apro.

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