Posts Tagged ‘ossessioni’

il post in cui poi sciogli il nastro, poi sciogli il nastro

9 novembre 2008

Me ne andai alle 10, come al solito. Non potevo perdere l’ultimo treno, e poi era già buio. Sarei rimasto, ma non potevo perdere l’ultimo treno, e poi era già buio. Strinsi i pugni nei guanti di lana, mi allontanai e dopo un po’ non sentii più le voci. I fari delle auto mi accecavano, e le pozzanghere poi.

Sulla giostra c’era un bambino, aveva scelto il cavallo dorato. Un uomo sedeva sulla panchina, la solita vecchia dietro ad un vetro scorrevole premeva il pulsante. Luci gialle e rosse, luci gialle. Mai stato sul cavallo dorato, mai scelto il cavallo dorato.

Il biglietto già ce l’avevo. Dovevo solo andare al bar e comprare la mia merendina. Ogni volta facevo finta di sceglierla, ma in realtà già sapevo che avrei comprato sempre la stessa. 1000 lire. Volevo che la cassiera pensasse che passavo lì per caso, non so, ogni volta facevo finta di sceglierla, ma in realtà già sapevo che avrei comprato sempre la stessa. Pagai, uscii. Tris di 8, una Q e un J: l’uomo spense la sigaretta.

L’attesa, come al solito. L’attesa è il momento in cui confezioni il tuo futuro scegliendo in che pacchetto inserire il presente che è appena passato. Poi domani sciogli il nastro e ti accorgi di che colore è. L’attesa coi pugni chiusi nei guanti di lana, un bimbo sul cavallo dorato, un tris di 8. Il treno arriva e poi torni a casa, il posto più confortevole in cui soffrire. Poi domani sciogli il nastro e ti accorgi che c’è dentro.

il post in cui vi svelo un retroscena

30 agosto 2008

Essere un lupetto è terribile: dormi accanto a Mullichiell’, canti canzoni assurde vestito di celeste, cacci il pisello davanti a tutti quando è il tuo turno di essere docciato la domenica mattina, fai colazione con marmellata di amarena anche se sei allergico e dormi un secondo dopo che il tuo capo dal nome pittoresco lo ha dichiarato in codice Morse.

Essere un lupetto è sconvolgente perché devi fare i tuoi bisogni in una specie di letamaio occupato da miliardi di bambini per i quali essere un lupetto non è sconvolgente.

Un giorno poi, scopri che tutti ma proprio tutti stanno giocando nel giardino nell’ora di libertà e che forse, ma forse, puoi andare ai servizi sperando di poterti concentrare in santa pace e diventare un lupetto come tutti gli altri: leggero.

Così ti muovi con aria circospetta sperando che il capo dal nome pittoresco non ti spedisca a socializzare “per il tuo bene” e ti intrufoli dietro alle enormi lavagne piazzate a guardia dei gabinetti. Ti volti a destra, ti volti a sinistra, afferri la maniglia ed entri.

Essere un lupetto è pornografico: decine di ragazze vaporose e donne dai seni gonfi fanno la doccia, proprio allora, proprio lì. Urlano e si coprono, ti indicano, qualcuna ride, qualcuna ignora, qualcuna si volta: le vedi tutte, tiri la porta e scappi, per sempre. Essere un lupetto è faticoso.

Cattive abitudini

5 febbraio 2008

Non so che farci ma io butto le briciole dei biscotti dalla finestra. Dei biscotti che mangia alla finestra, ovviamente. Vorrei un balcone con i gerani, sapete quand’è estate e uno non sa proprio ma proprio che fare, verso sera, si mette lì e mentre guarda la gente che passa spezza un po’ i gerani.  Peccato che in centro a Parma i balconi siano un vero optional. I gerani, pure.

Non so che farci ma io con le centraliniste dei colsenter sono maleducato. Appena le sento riattacco senza dubbio alcuno. So di alcune vecchie che non c’hanno con chi parlare e le fanno andare avanti per ore e ore così, tanto per farsi fare compagnia. Io per ora non sono ancora vecchia nè tantomeno vecchio perciò questa me la risparmio.

Non so che farci ma io non posso sopportare quelli che dopo pranzo ruttano sonoramente e col rinculo, che dopo la loro panza si sgonfia come i palloncini del luna park mentre tu passi il giorno con l’aura alla cipolla. Sembrano richiami per scrofe quei rutti, e che diamine.

Non so che farci, ma sapete sono metodico e fissato e se non faccio quattro paragrafi che iniziano allo stesso modo io non riesco a pubblicare un post qualsiasi. Che poi sia una cattiva abitudine, non so che farci.

la gomma lo terrorizza

19 gennaio 2008

GommaFobiaEsatto esatto, non sono io che non la sopporto, ma un altro. Non l’avevo mai sentita questa fobia, finchè poi…non l’ho sentita. Insomma pare che questo ragazzo non entri in una stanza se c’è in giro una gomma per cancellare. Una banale e comunissima gomma di quelle che abbiamo tuttissimi.

A lui dà fastidio e solo se ci pensa gli vengono i brividi. Per esempio non può entrare facilmente in un’aula studio perché altrimenti è fatale che trovi un sacco di queste gomme. Se poi uno vuole fargli venire un infarto basta prendere una mega gomma per cancellare e sventolargliela in faccia.

Ora io pensavo di avercele tutte, invece questa mi manca. Sono quasi invidioso. Però c’è anche un altro amico che non entra in casa tua se non hai lavato la lavatrice. Sissignore. Lui la prima cosa che fa quando viene in casa è andare a vedere se la lavatrice è pulita, altrimenti è più forte di lui te lo ripete e te lo ripete finchè non la pulisci, e a quel punto gli passa l’ansia.

Però questo gli prende solo se lo inviti a casa, altrimenti per il resto è un individuo comunissimamente “normale”. Adesso io penso e ripenso e non ho nessuna fobia paragonabile a queste. Ve lo posso giurare sul mio tappetino del mouse che non ce l’ho. Però voi non mi fregate, eh. Lo so che una fobia assurda ce l’avete. Ve lo leggo scritto in fronte, stranofobici che non siete altro!

quella maledetta campana

10 gennaio 2008

quando suonò le 3

Avevo sete e solo un succo d’arancia nel tetrapak. Avidamente, con una riga arancione che mi colava sul mento, lo finii tutto. Pensavo che forse mi ci sarei stordito, ma non volevo che quello. Tolsi le scarpe e mi sdraiai sul letto sfatto del giorno prima, non ricordo se tolsi anche la maglietta ma ricordo che era nera e sudata, puzzava del fumo di qualcuno.

quando suonò le 4

“no, ti prego, no. voglio dormire, lasciami dormire qualcuno mi lasci dormire!” l’ansia montava. piangevo per la disperazione “basta basta non ne posso più perchè mi capita questo perché, perché, perché?” avevo un sasso nel cervello e mi concentravo sul sasso e il sasso mi faceva male. e io continuavo a fare la domanda più difficile che si possa fare: “perché?”

quando suonò le 5

alzati, lavati, piscia, caca, vestiti, il caffè, i denti. la cravatta attento, la cravatta e le scarpe. Non scordare il materiale. vai, è già giovedì, vai, cammina, cammina, aspetta, siediti, leggi e poi leggi, poi arriva e saluta e poi siediti, dì di sì, dì di sì, dì di sì.

quando suonò le 6

“che fai già sveglio?” “non ho sonno”.
“ma sono le 6″ “non ho sonno”.
“prova a dormire ancora un po’, è presto” “no, non ho sonno”.

Fantasma

24 ottobre 2006

La casa ha 2 porte d’ingresso identiche, con la stessa maniglia di ottone: appena entro nella prima, la seconda scompare. Il buio mi acceca e la puzza di muffa mi fa mancare il respiro, ma sento strani rumori che provengono da chissà dove.

Lascio che gli occhi si abituino ai contorni sconosciuti e scorgo un divano di velluto, vecchio ed antiquato, coi cuscini a ricche decorazioni ed una bambola bionda sdraiata in maniera scomposta. Un vassoio sul tavolo raccoglie bucce d’arancia ormai secche, e c’è della cenere sul vetro. Le voci tacciono, poi riprendono. Mi batte il cuore, ma avanzo verso quella che so essere la cucina, le piastrelle bianche quasi risplendono in confronto al grigio in cui sono immerso e ne sono attratto inesorabilmente.

La pentola di rame è pulita, c’è un barattolo con il sale grosso ed uno straccio ancora umido. Fiori secchi crollano da un vaso scheggiato sul tavolo del tinello, dove trionfa un centrotavola ad uncinetto di colore turchese. Lo sfioro con le dita e cadono 2 petali di giglio, i fanali di un’auto tracciano macchie gialle sulla parete e mi accorgo che le imposte che danno sul terrazzino sono aperte.

Mi affaccio ed il freddo mi avvilisce. Vedo la notte e la solitudine e mi scendono le lacrime agli occhi, le voci riprendono consistenza e torno in casa, mi avvio verso la camera da letto. C’è un quadro in corridoio, una cornice pretenziosa ed una posizione scomoda, la porta della camera è aperta, posso vedere i piedi di un uomo che escono dalla trapunta a quadri.

Avanzo sicuro con il coraggio di chi sa di trovarsi in un sogno e vuol sapere come va a finire prima di svegliarsi, l’uomo non è solo e sta facendo l’amore con la sua donna, scherzando e ridendo sotto la trapunta a quadri. Non sanno che sono lì, non mi vedono, sembrano felici.

In fila

20 luglio 2006

In fila ci sono 11 persone. Davanti a me, un uomo con le ascelle sudate. Dopo di me, una vecchietta con i capelli viola. Fa caldo, sbadiglio. La ragazza davanti a tutti va a pagare il suo bollettino, ha i capelli corti e scarpe bianche coi tacchi alti. Avanziamo di un passo, il tipo due posti più avanti le guarda il culo. Tocca alle due amiche dai tratti latinoamericani, hanno lo stesso fermaglio nei capelli, il bimbo della più alta dorme in carrozzino, sfinito dal caldo.

Chiamano il numero 84. Si avvia la signora in sovrappeso. Ha un polpaccio gonfio e una gonna a fiori. Facciamo un passo in avanti, il ragazzo avanti a me non toglie gli occhi dal culo della numero 82. Abbozzo un sorriso, l’uomo sudato lo intercetta e me lo restituisce. Un anziano magro con un pantalone beige mostra il suo 85 all’impiegata, e l’ammirata signorina va via. Sembra che ora il maschione le guardi le unghie dei piedi smaltate di rosso.

La vecchietta coi capelli viola tossisce, poi si siede ai bordi della fila. Tira dalla borsetta in pelle i fazzolettini di carta, si asciuga il sudore. Non ci ho fatto caso, siamo all’87, un ragazzo coi piedi piatti e un vecchio jeans nero si separa da molte banconote colorate. Trionfante, l’impiegata le conta. Il maschione è al telefono, ha una voce piacevole, ma un tono troppo alto. Almeno 30 persone sono costrette a sapere che è il compleanno di un certo Matteo.

Un donna con un cerotto al gomito e la studentessa dall’aria afflitta si avviano in contemporanea. Una donna con un neo sulla fronte chiede alla vecchietta coi capelli viola se a questo sportello si inviino anche i telegrammi. C’è il 90, un anonimo uomo di mezza età. E quasi il turno del maschio italico, ha una cartellina con dei documenti, ne avrà per molto immagino. Preoccupato, il sudatissimo signore che mi precede, gli chiede se deve fare molte operazioni, il tipo si volta e sorridendo lo tranquillizza. Visto di profilo era più carino, ma arriva comunque al 6 e 1/2, di questi tempi anzi 7–.

Si apre un terzo sportello, che fortuna. E’ subito il mio turno, il 93 lo chiama la mia impiegata preferita, quella velocissima. 91 euro di gas, posso andar via. 18 persone sono ancora in fila, non ho resistito e le ho contate.

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