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Nella fossa dei leoni

6 febbraio 2008

La gente era ammassata sulle gradinate. Nell’anfiteatro le voci si sovrapponevano, il cielo era cupo e rosso di un tramonto d’angoscia. Qualcuno indossò la giacca, cominciava a far freddo. La gente era ammassata ed era solo gente qualunque, mentre il cielo era gonfio e opprimente, rosso e graveolente.

I leoni entrarono nell’arena portando con sè il silenzio e la paura negli sguardi. Tre uomini li guidavano verso gli spalti come se fossero dei piccoli gattini. Con loro una donna, solitaria e triste. Non appena alzò gli occhi al cielo ci fu un boato, le nubi riversarono il loro carico sotto forma di pioggia rossa. Le gocce macchiavano pelle ed abiti, ma nel volto le lacrime della gente le scoloriva in un rosa annacquato. Pesanti, calde, violenti, le gocce di sangue dipinsero il teatro di morte e di terrore.

Un urlo. I leoni scattarono verso l’alto, rapidi come coltelli, i ruggiti ferali che falciavano la gente, ammassata, ma senza più speranza. Urla di donne, urla di uomini, urla di sangue. Là dove i leoni passavano restava una traccia di paura, e la pioggia. Durò una piccola eternità, poi finì nel silenzio, nel quale si udivano solo le gocce ed il loro ticchettio sugli abiti dei cadaveri.

La donna si avvicinò ai tre uomini e li sgozzò senza che essi opponessero resistenza. Essi già lo sapevano, erano lì per quello. Poi osservò il banchetto dei leoni ed attese. Quando l’acqua non fu più rossa, quando l’acqua lavò tutto ella fece un nome soltanto. Un nome di un uomo. Ed era l’unico che fosse ancora vivo. Quell’uomo si alzò in piedi. Con un cenno lei gli ordinò di seguirla, per cui uscirono dall’anfiteatro.

Diede a lui vestiti nuovi e disse: “ora vai“.

catrame

16 gennaio 2008

Fu uscendo dall’acqua che notai per la prima volta la pianta di limone. Un frutto cadde al suolo spargendo nell’aria l’odore di agrumi. La donna dai capelli biondi sorrise, prima di squagliarsi sulla sabbia, spalmata di creme dense come il burro. Fu uscendo dall’acqua che mi accorsi dell’auto in sosta sul tornante della montagna, e dell’uomo che pisciava sugli scogli, 30 metri in basso.

Quando il cielo fu oscurato dalle nubi si udì un latrato. La pelle d’oca ed un ciottolo troppo aguzzo. La sagoma geometrica dell’ospedale sulla collina, una cicatrice sulla nuca. Il tuono ruttò la sua pioggia pesante e opaca sulle stuoie, una bimba inciampò scorticandosi un ginocchio. Latrati e urla, acqua che cola, acqua che scende.

La polla di catrame ribolliva. Il puzzo tappava i polmoni, e poi fece improvvisamente freddo. Non c’era tempo per raccogliere i vestiti, non c’era modo di raggiungere la strada, non c’era spazio per correre veloci. Sopra, una pressa di gocce; sotto, il nero tanfo della decomposizione; ai lati la paura della gente, una grotta, un cane, ciottoli, ciottoli aguzzi.

I gomiti erano ridotti a brandelli sul prato di ciottoli aguzzi. Nessun suono si udiva ma l’aria era rossa. Sperai che mi fossero scoppiati gli occhi. Pregai perchè mentissero. Fu entrando nell’acqua che superai il dolore. Il cielo tornò azzurro, il pavimento divenne sabbia, i latrati cessarono. E la pioggia, la pioggia pioveva altrove. Così aprii la bocca, ed urlai senza emettere suono alcuno.

Quella mano luccica

4 gennaio 2008

Contò tutte le piastrelle del bagno. Non c’era mai andato in quel bagno, nè in un bagno rosso. Così le contò tutte. La saponetta era gonfia, il dosatore pieno a metà. Chiuse gli occhi e scelse il dosatore, poi uscì lentamente, ammorbato dal fumo di sigaretta.

Sua mamma fumava sul divano di pelle bianca. C’erano vini costosi e tavolini trasparenti. Certo, anche i salatini, e poi la moquette. Nessuno badò a lui quando il cane abbaiò: aveva sussultato. Suo padre fumava in corridoio, discorsi da grandi e colonne di marmo striate di un tossico grigio.

Quella casa era troppo piena di gente per essere così vuota. In una camera da letto trovò uno strano carillon. Affascinato, udì il suono spandersi tra le 4 pareti di velluto verde, morbido come un peccato. Passò le dita sull’imbottitura, poi si accorse che qualcuno lo osservava.

Uscì di corsa, nel corridoio un telefono, nella sala un tappeto, in cucina un vassoio, sulla terrazza vasi.
Il cane abbaiò ancora. Dov’era mamma? Dov’era papà? E il carillon, l’aveva chiuso?

senza spiegazione alcuna

19 novembre 2007

Dall’alto del campanile si vede tutto il paesaggio. Neanche un po’ di nebbia e neanche una nuvola, se è per questo. Quella macchina è sola per strada, quando inizia a piovere. Piove, e gli uccelli scappano in una v nera. Alzo gli occhi al cielo, ed è di nuovo notte. Perchè ho i graffi sulla schiena?

C’è il fumo nella stanza. Sto contando le gocce dal rubinetto. Secondo me, arrivato a 100 il fumo sparirà. Secondo me, arrivato a 100 mi scoppieranno gli occhi. Entra l’alba dalla tenda e non sono arrivato neanche a 36. Alzo gli occhi al cielo, e la stanza prende fuoco. Perchè ho i graffi sulla schiena?

Luce

Sento la gente pregare. Pregano una preghiera che non conosco. L’aria scoppia di ricordi. Almeno gli alberi, almeno loro, risparmiateli. Risparmiate almeno loro, vi prego.
La luce è violenta, da dietro, mi volto, ho paura. Sento la schiena bruciare, mi graffio. Risparmiate almeno loro.

 L’aria trattiene le nubi. Un uomo di ferro si squaglia al sole. Alzo gli occhi al cielo, e parte finalmente una preghiera che conosco pure io. Al riparo degli alberi, sento la luce graffiarmi la schiena.

Apparentemente

4 ottobre 2007

Ci fu l’uovo nello stagno e la maniglia di ottone. Rondini sui libri di scuola e cani ammazzati da auto in retromarcia. E fu così e le nubi scaricarono pioggia. Scialle di lana ed inverno di candele. La paura nelle preghiere dei bambini, il freddo che saliva ai polpacci, il nome di Dio invocato nelle chiese.

Ci fu la maniglia di ottone ed un urlo nella notte. Il fumo delle ceneri e un pettirosso morto sull’asfalto. E le nubi scaricarono neve e fu così. Il freddo dietro il collo e il terrore di voltarsi. Qualcuno osserva da una porta socchiusa, il lamento di una vecchia sul letto di sudore, ed i suoi capelli sciolti. I suoi capelli, sciolti.

 

E furono coriandoli di feste già morte.

Ci fu il sangue sulle montagne, il mare buio rovesciò le barche. La luce nella casa debole e gialla, e il bimbo singhiozzava a bassa voce. E fu così che le nubi scaricarono grandine fuori dai vetri. Seduta, una donna guardava la porta. E la porta si aprì, e lei reclinò la testa.

sospeso

13 marzo 2007

Siamo in 5 in una scatola trasparente, sospesi in alto ma non sappiamo dove. Vestiamo di nero e restiamo in silenzio, eleganti ed immobili, abbacinati ed indifferenti. La luce è bianca e l’aria immobile, nel vuoto si apre una porta solo per me ed esco lasciandoli in gabbia.

C’è una sala d’attesa di un cinema, quelli vecchi, col bancone di legno, i ficus alle locandine e le scale di marmo, con la ringhiera laccata d’oro. La pesante tenda di velluto flappa nella sala buia. Poltroncine color ruggine che puzzano di fumo, il rimbombo delle casse ed una porta socchiusa che dà su un corridoio. Si sente il suono dei dialoghi, un inseguimento, le urla del poliziotto.

 

In lontananza, qualcuno fa la doccia. Avanzo tra le pareti illuminate di scorcio seguendo il suono dell’acqua, c’è odore di candeggina. La porta del bagno è aperta. A sinistra gli orinatoi, a destra due lavabi coi rotoloni sbilenchi ed il dosatore di sapone in plastica bianca. Dietro le piastrelle di un celeste slavato, l’acqua scorre dalla doccia. Vado a vedere. Il calore dell’umidità mozza il fiato, la saponetta è ancora molle, e le gocce disegnano strani zigzag sulle pareti, ma il box è vuoto.

Chiudo il rubinetto ed apro la finestra, le tendine sbattono violentemente all’interno e l’aria fredda mi avvilisce. Mi affaccio su un parcheggio, decine di auto bianche disposte a lisca di pesce. Salto giù e mi incammino verso l’uscita, percorrendo il viale alberato che conosco, ma non ho mai visto. In alto sopra di me, una scatola trasparente sospesa nel vuoto, con 4 persone che non trovano la porta.

Fantasma

24 ottobre 2006

La casa ha 2 porte d’ingresso identiche, con la stessa maniglia di ottone: appena entro nella prima, la seconda scompare. Il buio mi acceca e la puzza di muffa mi fa mancare il respiro, ma sento strani rumori che provengono da chissà dove.

Lascio che gli occhi si abituino ai contorni sconosciuti e scorgo un divano di velluto, vecchio ed antiquato, coi cuscini a ricche decorazioni ed una bambola bionda sdraiata in maniera scomposta. Un vassoio sul tavolo raccoglie bucce d’arancia ormai secche, e c’è della cenere sul vetro. Le voci tacciono, poi riprendono. Mi batte il cuore, ma avanzo verso quella che so essere la cucina, le piastrelle bianche quasi risplendono in confronto al grigio in cui sono immerso e ne sono attratto inesorabilmente.

La pentola di rame è pulita, c’è un barattolo con il sale grosso ed uno straccio ancora umido. Fiori secchi crollano da un vaso scheggiato sul tavolo del tinello, dove trionfa un centrotavola ad uncinetto di colore turchese. Lo sfioro con le dita e cadono 2 petali di giglio, i fanali di un’auto tracciano macchie gialle sulla parete e mi accorgo che le imposte che danno sul terrazzino sono aperte.

Mi affaccio ed il freddo mi avvilisce. Vedo la notte e la solitudine e mi scendono le lacrime agli occhi, le voci riprendono consistenza e torno in casa, mi avvio verso la camera da letto. C’è un quadro in corridoio, una cornice pretenziosa ed una posizione scomoda, la porta della camera è aperta, posso vedere i piedi di un uomo che escono dalla trapunta a quadri.

Avanzo sicuro con il coraggio di chi sa di trovarsi in un sogno e vuol sapere come va a finire prima di svegliarsi, l’uomo non è solo e sta facendo l’amore con la sua donna, scherzando e ridendo sotto la trapunta a quadri. Non sanno che sono lì, non mi vedono, sembrano felici.

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