Posts Tagged ‘pensieri’

il post di poche parole

13 febbraio 2009

E’ che certe volte mi pare bellissimo stare a guardare la luce sull’asfalto.

L’autobus mi trasporta anche se io resto immobile con la testa al finestrino, vedo la gente scorrere, le auto, i negozi, i balconi. Qualcuno sale, qualcuno scende, per ora io resto.

E’ che non puoi sentire la mancanza di chi ancora non hai mai conosciuto.

Mi resta il fotogramma delle mie scarpe sulle foglie secche, l’ombra dei rami sul marciapiedi, la mia amica che mi aspetta dall’altro lato della strada. Un bel respiro, ed i pensieri svaniscono come bolla, davanti a questo sole che non scalda.

A volte ti manca un pezzo

9 agosto 2008

puzzleA volte ti manca un pezzo. Non sai cos’è, oppure lo sai ma non sei disposto ad ammetterlo.

Non che non si possa vivere anche senza un pezzo, però il quadro generale non è lo stesso.

Tu magari osservi un quadro e non ci badi, che c’è quel tocco di giallo o quella punta di verde o quella sfumatura arancione. Però se non ci fossero il quadro ti parrebbe ben diverso.

Così a volte ti manca un pezzo. Puoi ridere ugualmente, certo. Poi però capita il momento in cui ti chiedi se il pezzo che ti manca è nascosto in fondo ad un cassetto o se l’hai perso per non trovarlo più, così ci pensi, fai un bel respiro e ti tieni ben stretti i pezzi che ti rimangono.

Tre rintocchi

27 aprile 2008

La campana di notte è più solenne. Tre rintocchi, quando l’aria ti solleva i peli sul braccio e ti vengono quei brividi belli, quelli che sei solo tu e il vento. La fontana è stupida, la stessa acqua che scende poi sale poi scende poi sale: nessuno la beve nessuno la usa e dopo un po’ nessuno la guarda, ma tutti l’ascoltano e per un secondo si illudono di stare al mare, quando le onde accompagnano quelle passeggiate col cuore che ti batte e ancora non ti fa male.

A parte il buio la strada è come di giorno, vuota. Ma puoi assistere ai segreti della gente, ai loro sbadigli, alle luci dietro ai vetri che si spengono e poi si accendono. Auto che attendono portoni che si aprono, vecchi ubriachi che svoltano barcollando sulle loro biciclette sgangherate. Tu pensi che nessuno ti osservi ma c’è sempre qualcuno che osserva la stessa aria immota che stai a guardare tu. Gente che dorme e gente che fa l’amore, gente che è sola e gente che è sola, molto sola.

Il peggio è quando comincia a spuntare l’alba. Perché è proprio allora che ti vien sonno, ma ormai i pensieri sono andati avanti ed il letto è già sfatto. Non c’è libro che tenga, non c’è film, non puoi chiamare nessuno a quell’ora infame, uscire non puoi e neanche ti viene in mente di farti una sega. Hai sconfitto te stesso e da te stesso sei stato sconfitto, imbecille, ed ora chiudi gli occhi e dormi, se puoi: domani farà schifo, ma se sei fortunato non te ne accorgerai nemmeno.

sono il papà delle mie parole

19 marzo 2008

Passarono i giorni e le settimane. Quella mattina si sentì un po’ meglio, per cui decise di fare un giro in bici. Faceva caldo ma il vento era fresco, il suono della maglietta sulla pelle era come velluto. Lasciò che il sole lo guidasse verso il prato coperto di margherite deboli e formiche veloci, smontò dalla bicicletta lasciandola a terra e si sdraiò sul verde, gli occhi socchiusi che lasciavano passare solo le sagome delle nubi.

Era così che guariva.

Passarono le settimane ed i mesi. Un pomeriggio vide un paio di scarpe in una vetrina ed entrò come in preda ad un impulso irresistibile. La commessa aveva il doppio mento e puzzava di cuoio. Digitò le 5 cifre del bancomat e torno a casa. Lasciò le scarpe e lo scontrino nella busta di plastica 2 giorni. Tanto il tempo non contava più nulla.

Il tempo non contava nulla.

Passarono i mesi e gli anni. Passarono lenti e lasciarono pochi ricordi. Una sera uscì per strada e si fermò in una piazza gialla di luci e di fari di automobili. Per qualche motivo aveva pensato che esser lì, a vedere la gente spostarsi verso le vite altrui l’avrebbe reso uguale agli altri. Lui era uguale agli altri, povero stupido, ma la sua vita era diversa. La vita di ciascuno è diversa dalle vite di tutti, pur essendo tutte ugualmente identiche. Guardò le auto scorrere per mezz’ora, fino a quando cominciò a sentir freddo alle guance, dove si erano seccate le lacrime.

Passarono gli anni ed altri anni. Tutto quello che avrebbe lasciato di sè sarebbero stati oggetti privi di valore, ma il resto sarebbe svanito con lui. Troppo poco: cominciò a scrivere.

Le sue parole sarebbero stati i suoi figli.

Pensare richiede tempo

27 febbraio 2008

La brioche era ancora croccante. A parte il cielo cupo, quella giornata non aveva nulla di sbagliato, però c’era in lui una strana insofferenza, simile a quando un ricordo non affiora e non riesci a concentrarti su nient’altro. Non si ricordava che giorno fosse, che strano. Di solito la gente sa sempre se è l’8, il 15 o il 31 del mese. Lui non se lo ricordava. Forse era quello.

All’improvviso, il silenzio. Qualcosa di sbagliato in quel silenzio, ma cosa? Diede un morso alla brioche sporcandosi le dita di zucchero. Mentalmente si fece un appunto di non comprare più quelle così appiccicose, poi di nuovo il silenzio. Ecco cos’era: il bimbo aveva smesso di piangere. Erano giorni che piangeva, i dentini forse.

L’orologio segnava le 10. Pensare richiede tempo. Si vestì, si fece la barba senza tagliarsi ed uscì. Con quel cielo grigio anche i cappotti delle vecchie sembrano del colore dei muri ammuffiti. C’era un uomo sul marciapiede intento a portare dei pacchi in una panetteria, ne uscì un odore di pane appena sfornato e di pizza calda. Trovò la sua panchina, il vento gli fece venire i brividi alle caviglie. Era lì che andava in quelle giornate storte.

Un vecchio scese dalla bici e si venne a sedere accanto a lui. Cominciò a leggere il giornale dalla pagina sportiva, borbottando in dialetto qualcosa di scontato. Meglio di niente, tutto sommato. Con un po’ di fortuna, il sole sarebbe uscito per mezzogiorno e lui avrebbe ricordato quello che si ostinava a non ricordare.

punto della situazione

5 gennaio 2008

La fiamma è al minimo, blu come il led delle casse. Sono accese senza alcun motivo, ma ora che l’ho notato non le spengo, altrimenti sprofonderò in questo pensiero. Guardo la pianta nella sua immobilità e mi chiedo se è felice di vivere in casa mia. Se per lei è uguale, da me o altrove. Non può essere, io l’accudisco, non può essere che per lei sia uguale.

Il led è blu ma la fiamma è spenta. Strano che con un mondo a disposizione, io viva praticamente sulla mia sedia. Sarò fantasma in questa casa quando non sarò più io a sedermi qui. Ma il pensiero non mi turba, nè è un pensiero triste. Mi è solo venuto in mente. E non mi mordicchio più le unghie come facevo un tempo.

Sono di sicuro inconsapevole di qualcosa. Cosa, non saprei, o ne sarei consapevole. Questo pensiero mi scuote e mi sconfigge. Se un giorno l’uomo vivrà senza corpo, mi chiedo dove andranno a finire le nostre anime intanto che aspettiamo. Un posto c’è, ma la nostra mente non è in grado di comprenderlo. Quelli che ci vanno vicino li chiamano filosofi. C’è poco da ridere.

Mi accorgo di scrivere ciò che mi passa per la mente. Devo fare uno sforzo cosciente per non cancellarmi. Eppure, riesco nell’intento. Non ho alcun interesse a sapere perchè.

voglio una notte di mille baci

20 novembre 2007

Voglio una notte di mille baci, di baci sulla bocca, sulla fronte, sugli occhi, di baci, di mille baci e di un bacio in più. Una notte che è sempre l’alba, una notte che dura un secondo, una notte di respiri, di pelle, di abbracci. E di mille morbidi baci.

Voglio una notte che è notte una notte intera, di baci sulle guance, sul collo, sulle mani, di baci, di mille baci e di un bacio ancora. Una notte che le braccia stringono, che le carezze parlano, che le mani dicono.  E voglio i sorrisi, i silenzi, gli occhi. E le mani.

 

Voglio una notte da vergine d’anima, una notte che non finisce, che acceca, ammutolisce, annienta. Una notte che i baci e che le mani. Una notte con gli occhi lucidi e le labbra umide, una notte che inizia ogni secondo, che manca il fiato, che sconvolge, scopre, squarcia.

 

Che anche se è una notte sola, io la voglio.

mi tendo la mano

3 novembre 2007

Sono giunto all’incrocio. La mia strada mi ha portato qui, e mi vien da vomitare dalla consapevolezza. C’è il vento che mi fa lacrimare gli occhi, ma il cielo è bello e senza nuvole. E c’è il mare, gonfio di futuro.

Ho camminato molto lentamente. Qualche volta, per la fatica e per il dolore, mi son fermato al bordo della strada, a piangere e a riprendere fiato. Ho pregato che qualcuno mi tendesse la mano, ma nessuno è mai passato. Così mi alzavo da solo e più solo. E lentamente, camminando, ho smesso di pregare.

Il sole è basso all’orizzonte.
Nel vuoto in cui mi trovo ci sono io, con la mia serena incompletezza.
Immobile, non penso a niente. Voglio solo respirare e sentire il vento.
Se mi osservo da lontano, mi posso vedere.

Non sono che un uomo.

Domani è già arrivato. Non è quando ti svegli, ma è quando apri gli occhi.
Agire, o aspettare: agire, e piangere; aspettare, e morire. Il vento.
Nella mia immobile attesa, posso ancora scegliere di vivere.
Agire, e forse vivere. Aspettare, e forse capire.

E’ ora di capire, per divenire.

siamo tutti pedofili

31 ottobre 2007

Il bombardamento mediatico sui pedofili, storie di pedofilia ecc.. è asfissiante.
Capisco che sia una cosa che faccia orrore, però fateci caso, che ormai:

  • se provi ad osservare un bebè nel passeggino e poi dici alla mamma: “come è carino!”, la mamma ti guarda con terrore;
  • se stai per i cazzi tuoi su una panchina e un bimbo viene a curiosare senti le urla della mamma come se lo proteggesse da Bin Laden, e tu manco hai solo pensato di sorridergli;
  • se per strada incroci papà, mammà e bebè e provi ad abbassare lo sguardo all’altezza del bebè, il paparino ti fulmina peggio che se tu avessi il virus Ebola.

E poi ci sono altri casi simili che tutti, maschi e femmine, conosciamo bene e non dite che non è vero perchè è palesissimo. Io ricordo che fino a un 5-6 anni fa chiedere ad una mamma “posso tenerlo un po’ in braccio?” era considerata una cosa normalissima, anzi che c’era di male, invece ora chi si azzarda? Ci sono le suocere come guardie svizzere…

Davvero non invidio gli insegnanti di materne ed elementari, che di questo pasto saranno affiancati in aula da Badesse armate di Kalashnikov. Che neanche a quelli di medie e superiori va poi tanto meglio, visto che se solo provi a toccare il BANCO di un maschio ti arriva la denuncia per molestie da parte dei genitori, se sfiori lo ZAINETTO di una femmina è lei che ti denuncia per tentato stupro. In più poi il papà ti fa un mazzo così.

Insomma, rilassatevi care mammine e papini, anzi perchè prima non andate bene a guardare che combinano gli zii, i nonni, eh? siete così strasicuri al 100% che tutti gli angioletti siano a casa vostra e i diavoletti fuori? e poi prima di farvela sotto non appena uno/a qualunque vuol essere gentile, pensate che probabilmente è solo uno/a gentile e non Jack lo Squartatore.

Io non so che ne pensate voi, poi questo è uno di quegli argomenti che scatena gli istinti più conformisti, ipocriti, ottusi e benpensanti di tanta gente… ma personalmente ne ho piene le scatole del modo in cui stampa e televisione trattano spesso in modo sensazionalistico e malato un fenomeno come questo, dispensando ansie alla gente e ponendo l’attenzione sugli aspetti più raccapriccianti con morbosa e disturbante insistenza.

soffoco

7 settembre 2007

Le mani in tasca e il nodo in gola, mi son messo a camminare.
Sulla panchina, guardavo altri.
giovani, più di me, e belli.
Sono andato via con gli occhi gonfi.

E non ho sonno perchè non voglio che arrivi domani.

Faccio fatica. E ora è una di quelle sere
che mi sento in una bolla
e non trovo gli spilli da nessuna parte, così soffoco.

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