Posts Tagged ‘pessimismo’

un posto al sole

9 febbraio 2008

La sua casa affacciava sui bidoni della spazzatura.  Ogni tanto qualche umano buttava un sacchetto troppo grosso e il rumore la spaventava. Il cortile era cupo e vuoto, ma per fortuna non c’erano gatti a rompere le scatole. Di solito usciva a prendere il sole, adagiandosi sulle crepe del muro, e nessuno badava a lei, perchè gli umani restano meno tempo possibile tra i rifiuti.

Le piaceva sentire i raggi sul corpo sottile, la riscaldavano e ritempravano. Da piccola le era capitato di incontrare uno di quei terribili umani che chiamano bambini, i più crudeli e spietati verso le lucertole. Le aveva dato la caccia, e lei era scappata. Poi ancora scappata. Poi le si era avvicinato troppo, e lei si era staccata parte della coda, per proteggersi. Le scocciava un po’, ma al mostro bambino fece impressione e la lasciò in pace, mentre la coda ricrebbe.

Quel giorno si sentiva spavalda, e voleva prendere il sole. Il portone era aperto, e la strada era luminosa, molto invitante. Sgusciò dal rifugio e si insinuò spedita tra le fessure, lungo le mura scolorite. Giunta in strada, restò confusa, ed immobile. Mostri che rotolavano sputando gas dal di dietro, umani con scarpe con punte acuminate, umani che trascinavano cani che pisciavano ovunque, e gatti. Poteva sentirlo. Da qualche parte c’erano gatti, sentiva gli occhi puntati addosso.

Tremò, si voltò di scatto per tornare indietro, ma qualcuno aveva chiuso il portone. Qualche maledetto qualcuno. Provò a passare sotto, ma non riuscì, non c’era spazio, allora cercò di nuovo, e poi ancora di nuovo, più in là. Restò in basso, non voleva farsi notare, lei lo sapeva che 2 occhi la osservavano, lo sentiva, lo percepiva. Il gatto giunse all’improvviso, senza rumore, implacabile e veloce. Al primo assaltò la lucertola si raggelò dal terrore, e lasciò andare la coda. Il gatto si attardò per un secondo, la lucertola strisciò veloce tra le crepe dei marciapiedi, pronta ad infilarsi ovunque potesse sentirsi sicura. Sapeva di doverlo fare, o morire. Fuggì, e non tornò mai più a casa.

Verde speranza

11 ottobre 2006

Il pappagallino verde mela abitava in una gabbia verde scuro poggiata su un davanzale davanti a una tenda verde chiaro. Le foglie di lattuga arrivavano ogni giorno dal lato sinistro, il becchime dal lato destro. La vita del pappagallino era molto semplice: due salti di qua, due salti di là, uno “squiiit”, e via da capo per due di qua, due di là, squiit.

I bimbi della casa si ricordavano di quel giocattolo ogni tanto, quando curiosi infilavano i ditini tra le sbarre della verde gabbia per poi ritirarli all’appressarsi dell’incredulo volatile. E poichè erano bimbi, e avevan detto loro che i pappagalli ripetono le parole, cominciavano la lezione di italiano, insegnando parole d’ogni tipo, senza peraltro mai ricevere in cambio una sillaba.

La lunga giornata del pappagallino si svolgeva lenta e piatta tra i due piccoli trespoli: si lisciava le penne, osservava l’universo, rifletteva sul perchè delle cose. In cambio, lattuga e becchime. Dopo un anno di verde prigionia, qualcuno aprì la gabbia, ed il pappagallino fu investito da una corrente d’aria non a strisce, si stupì e si avvicinò al vuoto. Osservò, aprì le ali, e volò. Ah, quanto gli dolevano le ali! Non ricordava più come volare! E non sapeva più dove volare, ma volò in alto e volò via dalla lattuga e via dal trespolo.

L’aria era calda, i colori accecanti, i suoni lo stordivano e le ali gli facevano male, per cui si riposò sul primo ramo del primo albero che incontrò. Non c’era lattuga, e cominciò ad aver paura. In questa nuova gabbia, bisognava volare senza sosta, ma le sue ali gli facevano male. In questa nuova gabbia il becchime era nascosto e non sapeva dove trovarlo; in questa nuova gabbia c’erano uccelli più grandi, dal becco più forte, come quello che volava dritto verso di lui.

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