Posts Tagged ‘rabbia’

A righe

23 luglio 2008

Lui, lo vedi?, lui è lì, appeso ad una corda. Il sole e la strada, l’odore di asfalto dopo uno scroscio d’acqua. Ai margini spazzatura e sassi, un marciapiede in cattive condizioni. La via in cui si trova è familiare: l’ha percorsa centinaia di volte, con quelle case in rovina, vecchie e scrostate come macchie di trucco sulle guance.

Giunge ad un cantiere, con tanti imballaggi depositati accanto ad un portone e nessuno che sembra lavorare più lì da tanto, troppo tempo. Una nuvola oscura il cielo per cui lui si volta, rabbrividisce: c’è suo fratello, accanto, appeso ad una corda. Ad una corda.

Torna a casa, meccanicamente, stancamente. Le chiavi nella toppa, un suono, poi è muffa ed è pianto, è la casa in cui abitava da piccolo. C’è  una nonna, una che non ha mai visto, gli sorride, gli tende una camicia, appena stirata, un buon odore. Una camicia a righe.

Nell’armadio senza fondo le ante si aprirono su un cortile, dove un cane dal pelo fulvo dorme nel sole.
Il cane abbaia, e le pareti si dipingono di verde, il pavimento splende di un bagliore che solo il sorriso di chi ami. La stanza non ha più porte e una donna osserva la scena, ridendo. Nelle lacrime, i sospiri.

La storia del topo nel tunnel

7 luglio 2008

Cominciarono a tirare sassi al topo. Sulla ghiaia, in un piccolo tunnel nei pressi della spiaggia. C’era una nuvola sul sole, i gradini della chiesa pieni di riso. E la gente occupata a parlare, parlare, parlare… il primo sasso ferì il topo, lo ferì.

Il topo tremava. Due ragazzini tiravano sassi, uno guardava. Due tiravano sassi. Tremava, immobile. Forse non poteva muoversi perché ferito, forse non osava muoversi, bloccato dalla paura. Un altro sasso. Il topo tremava, immobile. Perché non scappi? Perché?

L’aria era impregnata dell’odore dei limoni. Le insegnanti sedevano al tavolino, bevevano il caffè.

Prof, quei due stanno tirando sassi a un topo, lo stanno uccidendo”.
“un topo? che schifo! dì loro di non toccarlo e di allontanarsi”
“non lo toccano, lo uccidono. E’ lì sotto, gli tirano i sassi”.
“non si tirano sassi agli animali, lo sai”
non sono io, sono loro. li può fare smettere? il topo ha paura”.
“a quest’ora sarà morto. chiamali, digli di non toccarlo e di giocare altrove”

Le ragazze sedevano sui gradini della chiesa. “sei andato a fare la spia?
“stavano uccidendo un topo quei due…” “che ti frega del topo! spione!”
Restò in silenzio. “spione! spione!

va via

15 marzo 2008

Poichè non c’è più spago, meglio che io cada dal marciapiede.  D’altra parte, a che servono i tappi di plastica quando hai già buttato la bottiglia? Forse, se forse è, forse asciugandoti il freddo puoi ancora svoltare in su l’angolo della bocca, ma chi ci crederebbe e poi le luci sono accese anche di notte, le stelle non si vedono più.

Cammini e vedi uno così brutto che lo prenderesti a botte. Fa male pure a scriverlo ma così è e poi è ancora finito lo zucchero. Non c’è pace per il colore viola. Dicono che scrivere sia diverso, hanno ragione loro, ma se hanno torto allora hanno torto. E poi la mamma è bella e il rigo della terza elementare è stretto.

Va via, vattene. Non vedi che è il 2 dicembre? Domani è capodanno e non c’è un bacio sotto il vischio. Non c’è carta da regali, ho male agli occhi, ho male alla bocca, ho male alle mani per cui vattene via. Il tè si è raffreddato e il copriletto è pulito, affinchè si sporchi di polvere affinchè nessuno ci si sieda e poi per pulirlo ancora e le candele e i cuscini e il rosso scoppia il verde cade il giallo soffoca.

Guai a chi è immobile perchè lo sporco gli resta attaccato al volto. Se guardi gli alberi vedi solo alberi ed è brutto essere ciechi. Mi insegue assetato nella strada di fango, ma almeno mia sorella corre veloce. Corri, corri almeno tu, scappa, scappa!

Precario distrugge NewYork per ripicca condominiale

12 settembre 2007

Precario distrugge NewYork causa ripicca condominiale.
Choc negli USA: un giovane turista fa esplodere una bomba al neutronio dopo aver eluso tutti i controlli della sicurezza nazionale. L’agente Jack Bauer, la superstar della serie “24″, era occupato a torturare il presidente russo, per svelare eventuali coinvolgimenti.

Ma procediamo con ordine.
Recenti ricerche neuroscientifiche condotte nella PsycoLabChe(mistress) di Baltimora hanno evidenziato che alcuni soggetti, geneticamente predisposti, possono sviluppare strane alterazioni dovute alla visione di preventivi troppo esosi.
I casi finora accertati parlano di una casalinga finlandese che ha scavato una buca di 20km in una notte di luna piena; di un giovane marocchino che ha bloccato i lavori dell’acquedotto di Nantes con un Kebab gigante, di un anziano portoghese che ha sputato nell’atlantico, colorandone le acque di rosso.

Ma stavolta la natura umana ha raggiunto limiti insperati (e non auspicabili). Il precario italiota, il cui nome taceremo, avendo visionato un preventivo di 8000 euro per installazione di caldaia + lavori murari, ha emesso un urlo, che secondo i testimoni superava l’intensità di un rombo di terremoto. Sembra che i piccioni nel raggio di 2km siano stramazzati al suolo, sconfitta dall’onda d’urto.

Libratosi nella mesosfera con animo vindice, il tenue umanoide ha compiuto un doppio salto mortale carpiato raggruppato, per un coefficiente di difficoltà 3,5 ed è atterrato in Central Park, a pochi passi da una cacata di cucciolo di dalmata. Tra l’incredulità dei passanti, ha pronunciato la parola magica letta a pagina 77 dell’ultimo libro di Harry Potter, e l’intera grande mela è andata a fuoco.

Ironia della sorte, ogni volta che qualche Adamo si occupa di mele succede qualcosa di grave. Terremo i lettori aggiornati su eventuali sviluppi della triste faccenda, e cogliamo l’occasione per invitare la cortese cittadinanza a raccogliere le cacche di cane.

Coccodè

24 agosto 2006

Era una gallina brutta e stupida. Le penne color ruggine non servivano nemmeno a farla volare, per cui era costretta a spostarsi zampa per zampa alla ricerca di un sassolino da mandar giù. Incapace di dire coccodè, questo rottame da cortile si limitava a blaterare un co co co tra una cacata e l’altra, in perenne andirivieni tra la paglia puzzolente e l’aia fetida.

La gallina faceva l’uovo, un comune uovo arancione, nè grande, nè piccolo. Liberatasi del peso che le premeva la cloaca, azzardava un cooccò e poi usciva in cerca di sassolini, da mandar giù. Altro non chiedeva, altro non poteva.

Un giorno si accorse di essere rimasta l’unica gallina del pollaio, e si stupì. Le altre pennute erano infatti sparite, una dopo l’altra, ma il processo le fu evidente solo quando si ritrovò da sola sulla paglia. Sganciò un uovo, e poi osò un “coccodè“, il suo primo coccodè.

Trionfante, ne fece seguire un altro, e poi un altro ancora. Finchè un altro bipede la zittì, e l’ultimo co co co lo soffiò su un tagliere. Il brodo non fu granchè, e le penne color ruggine finirono nella spazzatura.

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