Posts Tagged ‘Racconti’

il post del prigioniero nella torre sul monte

8 novembre 2009

il post è qui, che il blog è impazzito e formatta da schifo http://ff.im/b9QjV

il post in cui una gelataia mi vuole adottare

5 settembre 2008

Quand’io ero un essere in giacca e cravatta vivevo a Milano sul tram 12 o 14. Devo dire che il mio cubicolo era bello perché era giusto al centro e così mi spiavano a turno ed io avevo sempre molto da fare, un po’ perché la fotocopiatrice si inceppava spesso, un po’ perché ero così bravo che tutti mi volevano con sè come schiavetto personale.

Allora la mia soddisfazione più enorme anzi direi “più enorme” era quando tornavo a casa e sotto casa c’era una gelateria. Ora io vi potrei anche dire dove stavo ad abitare ma tanto a voi non interessa e poi se ve lo dico è inutile perché ora non abito lì, per cui dicevo c’era una gelateria e dentro una gelataia coi capelli tipo Dado Knorr e le unghie smaltate come si usava ai tempi della guerra fredda. (o nei film porno, decidete voi dipende da se siete maschi o femmine)

Io mi ingozzavo di granite e gelati vaporosi e in quei 10 minuti chiacchieravo anche con la gelataia, un po’ perché tutto sommato era l’unica persona con cui non comunicavo in outlook express, un po’ perché a parlare del tempo e del traffico e degli affitti e del governo bisogna allenarsi, sennò da vecchio uno è tagliato fuori da tutte le comitive di tressette.

E insomma io dovevo cambiare casa ma non avevo mica tempo di cercare, così la gelataia una sera mi diede “nocciola e amaretto” (sceglieva lei perché mi dava quello più fresco, tanto per me tutti buoni erano) e disse che se volevo potevo andare a vivere da lei. Io ero superstupefatto e pure un po’ con la lacrimuccia degli attori di soap opera, ma la gelataia disse che il marito era morto 2 anni prima e il figlio si era sposato perciò ora era sola in casa. Mi avrebbe fatto da mangiare e m’avrebbe pure lavato i panni, bastava solo fare due chiacchiere la sera e poi avrei avuto il gelato gratis.

Io non pensai mai nemmeno per un secondo ad una proposta  con qualche secondo fine, per cui se ve lo dico vi potete fidare, però poi successe una cosa e poi un’altra e poi quella dopo e così non andai mai ad abitare dalla gelataia. Anzi, non andai mai più in quella gelateria, perché ora che sono a Parma mi è un po’ scomodina.

E così. Comunque, la storia finisce qui ma prima vi devo dire che il mio gusto preferito di gelato è ad amaretto. Buono.

Non è possibile

4 agosto 2008

Sulla spiaggia c’era la solita folla di ombrelloni. I bambini giocavano a pallone, l’acqua era luccicante, il mare senza onde.

Se ne tornava a casa prima che la schiena cominciasse a scottare troppo. Quando attraversava la strada, sapeva che la sua mamma lo stava a guardare da lontano, per cui si assicurava sempre che non ci fossero auto. Entrava nel cortile silenzioso e poi saliva le scale, i gradini freschi a contatto coi piedi ancora un po’ sporchi di sabbia. Si toglieva il costume e faceva la doccia, poi andava a leggere un fumetto in terrazza, seduto a terra, in un segreto angolo d’ombra. Era il momento più bello, quello.

Quel giorno, dal piano di sotto udì due voci:

andiamo in camera da letto dai, qui…qui sul terrazzo ci può sentire qualcuno
“chi vuoi che ci senta, sono tutti al mare a quest’ora”
lo so lo so, però dai per sicurezza, torniamo in casa
“qui è più eccitante… facciamolo qui”
sì ma… sicuro che sono tutti in spiaggia? ogni tanto c’è quel ragazzino che torna prima di mezzogiorno
“un ragazzino che torna dalla spiaggia prima di mezzogiorno? non è possibile”

Poi le voci si trasformarono in suoni. Baci, forse.

Ciottoli

31 luglio 2008

C’erano due persone sulla spiaggia. Lei si spalmava una crema sulle cosce, lui sedeva sulla battigia, lo sguardo rivolto al mare. La spiaggia era piena di rifiuti ma presto si sarebbe ugualmente popolata. Al largo, un barcone sollevava i primi spruzzi della giornata.

Dalla villa scendeva una scala nella pietra. Vecchie radici, l’odore della pineta, movimenti di creature sui rami. Vermi sotto un sasso, poi la sabbia. Le alghe ancora umide si ammucchiavano tra i ciottoli, con pezzetti di plastica, vetri, sigarette. La ragazza sussultò nel vedere arrivare il ragazzino.

Da dove arrivi tu?
“Dalla villa. questa è la nostra spiaggia.”
Ah, scusa, non lo sapevamo. Ci spostiamo subito, chiedi scusa ai tuoi genitori da parte nostra.
“Restate pure, io faccio solo una passeggiata sul lungomare. E poi i miei genitori non scendono mai, potete restare.”

L’uomo si voltò: “che succede?”
No, niente, è una spiaggia privata qui, ma questo ragazzo ci ha detto che possiamo restare.
“Ah. E’ sua la spiaggia? Digli che fa schifo. La potrebbero pulire più spesso.”
La ragazza sorrise, teneva un occhio chiuso per via del sole. “Per me è bella, non dargli retta, è un cafone.
Il bimbo annuì. “C’è una roccia con l’argilla qui vicino, se vuoi te la faccio vedere. “
Sì.

L’uomo li vide allontanarsi. Si alzò e andò a tuffarsi in acqua, lasciando le ciabatte tra le alghe, in mezzo ai ciottoli e ai rifiuti.

Mia ti a(mia)mo

26 luglio 2008

Fernand’o metallar abitava nella casa al primo piano con la sorella Imma ‘a nera, il fratello Maurizio Maradona e i genitori Tonino ‘o sciamut e Raziuccia ‘a chiattona. La cosa che sapeva fare meglio era suonare la batteria nel garage sotto casa e portare a passeggio il cane Mustafà. Era un tipo tranquillo, soltanto un po’ metallaro.

Un giorno arrivò in piena depressione una cantante che si diceva essere stata famosa, ma che ora si era ridotta a prendere pochi soldi per cantare sotto un ponte di tangenziale davanti a 500 provincialiotti di una cooperativa comunista, il giorno del primo maggio. Questa cantante si chiamava Mia e da qualche parte doveva pure andarsi a cambiare vestito.

E siccome la casa più vicina al palco sgarrupato era quella di Fernand’o metallaro fu propriamente lì che sissignore la cantante in malora chiese il permesso di mettersi il vestito buono. Raziuccia ‘a chiattona chiamò proprio a tutti quanti “uè! venite a vedere chi c’è!” e la gente era contenta assai perché pure se ormai nessuno la conosceva più pur sempre una brava cantante era stata, eppoi c’aveva la sorella famosa. Così levarono un poco di casino nella stanzetta e la cantantessa chiuse la porta e si cambiò il vestito davanti ai poster di Fernand’ o metallaro .

La gente arrivò tutta per vedere e Imma la nera aveva pure cacciato fuori il servizio buono per offrire un poco di liquore. Maurizio Maradona giocava a pallone llà fuori. Due vecchie si erano fatte pure gli striscioni con le mazze di scopa. Ci avevano azzeccato sopra gli scottex con scritto “mia ti amiamo” e “mia sei sempre nel cuore mio” e così la cantante si mise a ridere e tutti pensarono che veramente rassomigliava assai alla sorella.

Una signora andò vicino e disse “mia sei bellissima fatti dare un bacio” e così Mia disse “” e così si baciarono un bacio di qua e un bacio di là. Poi Mia andò a cantare e la gente pensò che il primo maggio dell’anno 1988 se lo sarebbe ricordato veramente assai, solo che dopo tre canzoni si era fatto tardi e tornarono a casa a mangiare, così la cantante rimase lei sola a cantare per una ventina di persone mentre il cane Mustafà si mangiava il mezzo panino che qualcuno aveva buttato nella spazzatura, sotto al ponte della tangenziale.

Fernand’o metallaro andò a fare a cazzotti e tornò scummato di sangue, la signora dello striscione scottex si conservò la foto da qualche parte. Maurizio Maradona giocava a pallone llà fuori e chi lo sa se ancora qualcuno se lo ricorda, quel concerto di quella cantante llà.

dove sei?

22 luglio 2008

Puzzava, e poi c’era sempre quello scaffale vuoto. Tutti gli altri erano zeppi di scatoloni ma questo invece era vuoto. La polvere.  Era vuoto da sempre, per quel che ne sapeva lui.

La lampadina si spense.

dov’è l’interruttore? dov’è?” - un suono dal pavimento - “che è questo rumore?” - ancora - “ehi, sei ancora lì? eh?” - non c’era - “ehi!!!!” - non c’era - “che è questo rumore?” - il suono si fece più intenso, si voltò, sbiancò,
la porta
dov’è la porta
la porta
si chiude
quel suono
ehi!
ci sei? ci sei? ci sei.

Inciampò. C’era un buco nel pavimento. Tanti scarafaggi, enormi, veloci, famelici. Non poteva vederli, ma poteva sentirli. Lo circondavano. “aprimi!!! dove sei?“. Più vicini, più veloci, più numerosi. Maledetto buco. Maledetto scaffale.

dove sei? dove sei? dove sei…“.

il post in cui una tizia chiede il resto al mendicante

19 luglio 2008

Io i mendicanti non tanto li posso sopportare da quando una vecchia a cui avevo dato 1 euro mi disse: “veh ho visto che avevi anche la moneta da 2” e perciò come dicevo non li posso sopportare, tuttavia se dico che non li posso sopportare uno pensa che sono stronzo e razzista e strafottente e beh, in questo caso c’hai ragione però non è bello che lo pensi perciò ora scrivo di una tipa ancora più bastarda così per pensare a lei ti scordi di me e dunque:

qui a Parma ci sono alcuni tipi che suonano la fisarmonica nel centro storico. il mio preferito (secondo me la fran lo sa chi dico ma vabbè chiunque di Parma lo sa) è quel biondino che è bravo assai che si mette accanto al Battistero, però ogni tanto si vede qualcuno più sfigato che suona come potrei suonare io e cioè male. Poi c’è uno zoppo che si fa tutti i marciapiedi di via Repubblica e non è che sta a terra, no, lui ti viene incontro chiedendoti soldi con aria che è un misto tra zombie II e la piccola fiammiferaia.

Poi c’è una pazza che puzza alla stazione, che sì non dovrei dire che puzza e forse neanche che è pazza, ma in realtà se non così come la dovrei descrivere, come una signora di mezza età che vive ai margini della società a causa della difficoltà di integrazione? non vedete che suona retorico? per cui la pazza che puzza, lei, è alla stazione.

Infine c’è una vecchia acida come la cedrata di sottomarca dopo una peperonata che però è forse l’unica al mondo ancora affetta da gotta e una volta (il post praticamente inizia qui) arriva una signora di quelle col tailleurino e i capelli mezzi gialli e mezzi neri, la pelle similmarzotto e i tacchi alti così, e questa signora piglia e le sgancia 1 euro. allora io ero lì che passeggiavo (uh) e osservo stupefatto questa pietà di michelangelo, senonché la fake samaritana se ne esce con: “mi dà 50 centesimi di resto, per cortesia?“.

La vecchia secondo me l’ha maledetta in ebraico, in rom, in sanscrito e forse pure in codice binario, però ha fatto finta di non sentire. Per fortuna ma dico per fortuna è passata una mamma col passeggino e così la tirchia generosa si è dovuta spostare, ha perso il carpe diem e vabbè per questa volta se ne è andata senza resto. Io però l’ho abbastanza schifata, ecco.

La storia del topo nel tunnel

7 luglio 2008

Cominciarono a tirare sassi al topo. Sulla ghiaia, in un piccolo tunnel nei pressi della spiaggia. C’era una nuvola sul sole, i gradini della chiesa pieni di riso. E la gente occupata a parlare, parlare, parlare… il primo sasso ferì il topo, lo ferì.

Il topo tremava. Due ragazzini tiravano sassi, uno guardava. Due tiravano sassi. Tremava, immobile. Forse non poteva muoversi perché ferito, forse non osava muoversi, bloccato dalla paura. Un altro sasso. Il topo tremava, immobile. Perché non scappi? Perché?

L’aria era impregnata dell’odore dei limoni. Le insegnanti sedevano al tavolino, bevevano il caffè.

Prof, quei due stanno tirando sassi a un topo, lo stanno uccidendo”.
“un topo? che schifo! dì loro di non toccarlo e di allontanarsi”
“non lo toccano, lo uccidono. E’ lì sotto, gli tirano i sassi”.
“non si tirano sassi agli animali, lo sai”
non sono io, sono loro. li può fare smettere? il topo ha paura”.
“a quest’ora sarà morto. chiamali, digli di non toccarlo e di giocare altrove”

Le ragazze sedevano sui gradini della chiesa. “sei andato a fare la spia?
“stavano uccidendo un topo quei due…” “che ti frega del topo! spione!”
Restò in silenzio. “spione! spione!

nella tua fine è il mio principio

4 luglio 2008

 1 - Contava le ciliegie.

1, 2, 3, 4, 5 ciliegie.
Buonasera, come va?” - disse alla vecchia - “Buonasera! belle le sue ciliegie!”.
6, 7, 8, 9, 10 ciliegie.
Sono ciliegie!” - rispose alla vecchia - “sono belle ciliegie!“.
11, 12, 13, 14, 15 ciliegie.
“ne assaggerei una volentieri” - sorrise la vecchia - “ne asseggerei una bella grossa e dolce”.
16, 17, 18 - l’uomo alzò per un attimo lo sguardo - 19, 20 ciliegie.
prego, si serva pure!” - affermò. “prego, prego“.
La vecchia prese una bella ciliegia scura. La numero 5, forse, o la 8, può darsi.

 2 - Citofoni

Per cui si era perso.
Il cielo si era messo al grigio, la strada faceva una strana curva ed i negozi erano chiusi. Disperò di trovare la via di casa. Ricordava bene il citofono, però. Cominciò a guardarli tutti, uno dopo l’altro. “no, non è… non è questo, no, no… no, non è questo, no…
La strada finì. Destra o sinistra? Ancora più lontano o forse più vicino? E come faceva quella canzone che aveva sulla punta della lingua?
Non se la ricordava. Passo un’auto.
Destra, decise. “no, non è… non è questo, no, no… no, non è questo, no…

3 - non è vero amore

mi vuoi un po’ di bene?” - erano al supermercato, reparto hi-fi.
“no, ovvio” - ci scherzava sempre.
mi vuoi un po’ di bene? dai dimmelo” - per lui un no era solo un no.
“sì, ma certo che domande mi fai” - concesse.
ah, beh al secondo tentativo. meno male” - disse sottovoce.

4 - nessuno mai

“le faremo un’iniezione che le bloccherà il cuore. non sentirà nessun dolore”.
“posso abbracciarla?”
“sì, certo.”
ti voglio tanto bene, nessuno ti vuole bene come me
“aspetti fuori, la chiamiamo non appena il suo cagnolino sarà morto”.
sì, va bene”

5 - Perché, è morto?

Tornò a casa che aveva in mente quella strana domanda: “mi vuoi un po’ di bene?”. ma perché gliel’aveva fatta? Sovrappensiero, per poco non investì un vecchio rimbambito fermo all’angolo, poi lo vide incamminarsi a destra. Parcheggiò l’auto, aprì il portabagagli e prese il fagottino avvolto nella coperta. Andò nella campagna di fronte e chiese al contadino: “posso seppellire il mio cane?“.
perché, è morto?” - disse quello. “eh sì, che è morto” - gli rispose.

“sì, fai pure, fai. povera bestia. dov’ero rimasto? ah sì, 46, 47, 48, 49, 50 ciliegie”.

“sono stata io”

30 giugno 2008

Si era scheggiato un vetro della credenza.

Quella mattina la prese per mano e la portò a vedere. Carina, silenziosa, va bene così. Un passo, un altro ancora e furono a casa, le scale e il quadretto di Santa Lucia. Lenzuola stese ad asciugare, i barattoli di latta che custodivano radici di gerani, l’odore del ragù, San Gerardo, il ritratto del nonno. “Prendi i bicchieri”. La nonna si sciolse la treccia, la luce fu spenta, la porta chiusa a chiave.

Il giorno dopo la prese per mano e la portò dalla signora. Puliva, accudiva, lavava, ubbidiva. La sua stanza era spoglia e piena di muffa, ma la carta da parati aveva tanti fiori e non aveva più i geloni alle mani, per cui dormì quella notte e dormì tante altre notti ancora.

Poi un giorno tornò a casa, un giorno che faceva molto caldo. Nel cortile facevano la lana, le donne cantavano e i vecchi fumavano. Salì le scale lentamente perché non aveva fretta. Santa Lucia ed i gladioli, le lenzuola, i gerani. Mamma disse: “sei tornata”, lei annuì. Tirò fuori un fazzoletto dal seno, poi mostrò le banconote.  Uscì a riempire la caraffa d’acqua fresca, come sempre faceva.

Le donne cantavano una canzone vecchia, le mosche ammorbavano l’aria. Rientrò in casa. “Ho scheggiato io il vetro”, sussurrò, “quello dove sta il servizio buono”. “Ah sei stata tu. Mangia, ora”. “Ma non lo faccio più, non c’è bisogno che mi mandi di nuovo dalla signora”. Mamma non stava neanche a sentire. “Voglio andare a scuola”. Mamma uscì a svuotare il pitale.

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