Posts Tagged ‘Racconti’

Candeline sulla torta

18 Maggio 2008

La signora anziana viveva da sola da troppi anni. Riceveva poche visite e spesso non cambiava più neanche il centrotavola ad uncinetto. La porta del salotto restava chiusa tutto l’inverno e lei stessa non vi entrava neanche d’estate, quando però si divertiva a vedere i giochi di luce della finestra sul mobile a vetri.

La signora anziana aveva solo due nipoti che però la andavano a trovare raramente. Lei conservava le caramelle ed una bottiglia di liquore per quelle occasioni, e parlava loro di come avesse conosciuto il nonno, tanti e tanti anni prima. I nipoti le portavano biscotti e a volte una sciarpa, poi lei la sera piangeva e restava a guardare la tv, dove davano sempre qualche vecchio film.

La signora anziana andò a comprare il pane e due paste morbide.

La signora anziana aveva un’amica sola, ma l’amica un giorno morì. Andò al funerale e portò dei fiori sulla tomba, poi tornò a casa e restò a guardare i bimbi che giocavano nel cortile. Sistemò le cipolle nel sacchetto, spezzò i gerani nei vasi, volse il capo ricordando quando suo marito le aveva dato un bacio, quella primavera, e poi rientrò in casa. Sistemò una candelina sulla pasta e soffiò. Buon compleanno, si disse.

solo il sole

18 Maggio 2008

Per strada non c’era gente. A parte il sole, nessuno mi stava a guardare, così decisi di smettere di camminare e riposarmi un poco. L’altezza mi dava le vertigini, però il mare era quieto e silenzioso. Tanto amo osservare il mare dalla terraferma quanto mi terrorizza a bordo di una imbarcazione.

Non so dire perché mi trovassi lì, in quella stradina sperduta. Certo, avevo sempre amato le passeggiate solitarie, per quanto la mia età fosse più quella tipica dei giochi tra amici e delle compagnie rumorose. Ero lì dove nessuno sapeva che potessi essere, il che faceva di me un essere libero e forse, per la prima volta, un adulto.

Non mi ero accorto dell’ora tarda. Cominciai a pensare ai miei e temevo che fossero in pensiero per me. Mi mossi a passo più sostenuto e all’improvviso il tramonto non era più romantico, ma cupo. Volevo tornare a casa, ma mi attendeva una camera in albergo. Svoltai, ed ecco che 1000 finestre si affacciavano sulla mia ansia. I palazzi bianchi e azzurri dalle verande prosperose; i palazzi alti e sottili incrostati di edera; i palazzi color crema dalle persiane abbassate. Più in alto, più ancora, un albergo vuoto.

Avevo le chiavi. La stanza puzzava di tende polverose. E poi la moquette mi metteva tristezza. Non la tv, non la radio, restai seduto sul letto aspettando che si aprisse la porta. Sarebbe tornato papà o mamma, quella sera?

A distanza di molte lingue

8 Maggio 2008

Dormivano in 8 nella stessa stanza. I due materassi affiancati sul pavimento, grovigli di gambe e di fianchi, di braccia e di piedi. Il calore era insopportabile, le zanzare banchettavano. Nell’ora che precede l’alba lui le si avvicinava, le scostava la veste e le entrava dentro piano, come se non volesse svegliare neanche lei. Il sudore si rapprendeva sulle lenzuola in chiazze umide.

Lui crollava nel sonno più profondo, lei restava a guardare il soffitto. Un ragno e la sua ragnatela. Il respiro pesante dei loro compagni. Una casa distante molte lingue diverse e accanto un uomo che non era quello che lei aveva desiderato, ma da cui era desiderata. Restava sveglia finchè non le si asciugava il sudore e l’amore.

Il sole entrò più forte che altrove, nella casa dagli 8 corpi. Silenzioso urlo di richiamo, disegnò gialle geometrie sui corpi rattrappiti dalla notte. Le ombre delle mosche. Bisognava alzarsi per andare a lavorare, per guadagnarsi il diritto ad una nuova notte. Lei no. Lei restava lì. La sua vita era in orizzontale.

Quell’alba si concesse di piangere. Pianse sua sorella, lontana molte lingue diverse; l’albero di limoni, i giochi col fango, le risate con la sua amica. Poi si sentì meglio, così che quando vide le fiamme avanzare non tentò neanche di scappare. Chiuse gli occhi, e iniziò a pregare.

il mare non c’era

17 Aprile 2008

Partimmo all’alba.

L’alba, che ho sempre odiato il freddo.

Restavo al finestrino ad inventare canzoni, contando le strisce bianche dell’autostrada. Ogni km ce ne sono 80. Guida sempre qualcun’altro, e comunque l’auto non l’ho mai sopportata. Pane per le metafore e per gli psicologi. Non ho mai sopportato guardare negli occhi la gente e decidere chi deve passare, ai semafori.

L’alba, che il cielo è del colore dei disegni dei bimbi.

La nonna sgranocchiava biscotti, mentre io fantasticavo di essere un atleta, del salto in alto o magari il decathlon. L’autogrill giusto, sempre quello dopo. I finestrini chiusi anche col caldo. Le canzoni più belle sempre a bassa voce. Comanda chi gira la manopola. Il viaggio al finestrino, a contare qualcosa. Non ho mai avuto l’entusiasmo per la partenza, ma sempre malinconia.

L’alba, che sei solo tu al mondo.

Basta partire, che la colazione cambia. Non mangiamo mai la marmellata coi biscotti ma la mangiamo in albergo, per esempio. Non mangiamo mica le brioches a casa nostra ma se siamo in bar ci sembrano irrinunciabili. Non ho mai saputo scegliere la brioche che veramente mi piace prima di sentirmi a disagio per l’idea di sembrare indeciso agli occhi del barista. Di solito dico “anche io”, dopo che ha scelto un altro. Tanto, da solo non ci vado al bar.

L’alba, che odio l’alba di capodanno.

A partire, si parte. Arrivare è il peggio. Perché a volte arrivi dove non vuoi. Le cabine erano di legno, scure, umide. Allineate e scheletriche, vuote e senza sabbia. Gli scogli cupi e infestati dalle alghe. Il tempo era diventato brutto, ed il mezzogiorno suonava di campane. Niente sole. E poi il mare non c’era. Quelle erano grigie valanghe di spuma, feroci, fredde, cattive. Entrammo dove dovevamo entrare.

morbido

14 Aprile 2008

Appena uscito dalla stanza, il pavimento diventa verde, e comincio a zoppicare. In bocca ho il sapore del cioccolato fondente, e davanti a me una finestra è spalancata sul mare tranquillo e blu, l’acqua è fredda solo a vederla.

La brezza è piacevole, ed un soffio più forte fa cascare le pareti. Un salto, e sono in acqua, non zoppico più ed è il tramonto. La sabbia è arancione e le onde mi spingono a riva. Sotto l’ombrellone c’è un ragazzo sdraiato sul lettino. E’ morbido ed ha un sorriso dolce, mi vede e mi abbraccia.

“restiamo qui un altro po’?”, mi chiede. Annuisco. L’aria è libera di suoni e di odori, mi appoggio al suo petto e mi addormento. Sogno albicocche e limoni canditi, e una mano che mi accarezza.

Al risveglio, sulla sabbia sono spuntate violette ed erba fresca, ed i miei capelli sono cresciuti. Il mio ragazzo morbido è immobile al sole, nell’aria un profumo di arancio ed il suono delle onde. Non lo sento respirare più.

quiete

6 Aprile 2008

Due bambole giacevano sul letto. La prima era scapigliata e nuda, la seconda morbida e rossa. La bimba dormiva con un piede fuori dalle lenzuola. Pezzi di costruzioni e giochi colorati si tingevano di nero nel caldo della notte.

Sul letto rifatto, un rosario ed un paio di asciugamani. Una cornice d’argento sul comodino, con un uomo sorridente. Nella stanza vuota, l’orologio scandiva la solitudine fendendo i silenzi come una spada.

Un uomo spazzava i rifiuti raccogliendoli in una paletta verde acqua. Il lungomare si svuotava, lasciando la spiaggia aperta solo agli sciocchi ed agli innamorati. Le onde si infrangevano solo per i primi.

Il figlio dormiva, la figlia dormiva. La mamma, finalmente, riposava.

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 La bimba stava giocando fuori, sul terrazzino della cucina. Faceva caldo e il sole giocava con la ringhiera a creare poligoni d’ombra. A lei piaceva usare i gessetti colorati sulla parete, tra i vasi di gerani e i barattoli di latta.

L’ombra della donna la fece voltare di scatto. Il suono fu di cocomeri troppo maturi. “Mamma!”, disse. Sull’asfalto, il corpo di una vecchia. Si diceva che fosse pericoloso lasciarla in casa da sola. Il suo volo si era concluso in una macchia rossa. “Mamma!”, disse ancora, “mamma!”.

La gente accorse. Volevano vedere, ma poi si mettevano le mani davanti agli occhi, come gli adolescenti coi film d’orrore al cinema. Chi aveva già visto diceva ai nuovi arrivi: “non vedere”, invano. Il sole era giallo. Agosto, forse. Il figlio fu il primo a sapere la notizia.

Qualcuno ripulì i resti purpurei, quella sera. L’argomento del giorno era stato deciso in ogni casa. Le zanzare furono particolarmente insopportabili e nessuno mangiò cocomero. La figlia seppe della notizia che era al mare. Almeno, così si diceva.

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Drappeggiarono di lutto la porta di casa, ma non venne tanta gente a far visita ai figli. Il tavolo del salotto era stato spolverato ed il sole faceva riflettere la polvere ai bordi del lavoro ad uncinetto. Alle pareti, nature morte e un orologio con la cornice dorata. La sedia era rigida.

La gente annuiva, la figlia annuiva, il figlio annuiva.

In chiesa un uomo continuava a tossire. Avevano detto al prete che si era trattato di un incidente. Non c’era modo di sapere cosa fosse successo, a meno che i piccioni non avessero imparato a parlare. E la bimba, lei sapeva dire solo “mamma!”.

Qualcuno gettò la terra nella fossa, tutto finì con due date sul marmo ed una foto ovale. L’odore dei cipressi era pungente, l’aria ammorbata e quella stupida canzone nell’aria e nelle orecchie. Finalmente poteva cominciare il dopo.

notturno

4 Aprile 2008

uscito dal locale, l’aria fresca gli fece lacrimare gli occhi. la maglietta puzzava di fumo ed in bocca aveva il sapore di un cocktail troppo dolce. le 2 di notte, il suo amico l’aveva lasciato da solo perché “mi spiace, ho trovato un passaggio”.

 

la stazione era vuota di gente e piena di occhi, un treno troppo dopo, troppo dopo. sapeva che qualcuno sarebbe venuto da lui, ma non sapeva chi e per cosa. l’aria fresca gli fece venire i brividi, pelle d’oca sulle braccia.

 

vennero in due.

 

nel treno, lasciò che le luci della notte entrassero dai finestrini, mentre gli occhi percorrevano i binari in corsa in un malinconico nistagmo. col telefono, gli avevano rubato il numero di un possibile nuovo amore, che mai più avrebbe visto.

 

chiuse gli occhi e pregò che il treno non giungesse mai a destinazione. voleva solo guardare i binari scorrere, e scorrere…

Nell’aria

25 Marzo 2008

Se ne andò sul tetto, più in cielo che poteva.
Nessuno l’avrebbe visto chiudere gli occhi e parlare col sole. Le tegole erano ruvide al tatto, i suoni della strada molto più in basso.
Dormì, sognando. Poi, gocce di pioggia.

Fumo

23 Marzo 2008

Si voltò e mi sorrise, ma non disse una parola.
Poi tutto svanì, come il fumo delle sue sigarette.

sono il papà delle mie parole

19 Marzo 2008

Passarono i giorni e le settimane. Quella mattina si sentì un po’ meglio, per cui decise di fare un giro in bici. Faceva caldo ma il vento era fresco, il suono della maglietta sulla pelle era come velluto. Lasciò che il sole lo guidasse verso il prato coperto di margherite deboli e formiche veloci, smontò dalla bicicletta lasciandola a terra e si sdraiò sul verde, gli occhi socchiusi che lasciavano passare solo le sagome delle nubi.

Era così che guariva.

Passarono le settimane ed i mesi. Un pomeriggio vide un paio di scarpe in una vetrina ed entrò come in preda ad un impulso irresistibile. La commessa aveva il doppio mento e puzzava di cuoio. Digitò le 5 cifre del bancomat e torno a casa. Lasciò le scarpe e lo scontrino nella busta di plastica 2 giorni. Tanto il tempo non contava più nulla.

Il tempo non contava nulla.

Passarono i mesi e gli anni. Passarono lenti e lasciarono pochi ricordi. Una sera uscì per strada e si fermò in una piazza gialla di luci e di fari di automobili. Per qualche motivo aveva pensato che esser lì, a vedere la gente spostarsi verso le vite altrui l’avrebbe reso uguale agli altri. Lui era uguale agli altri, povero stupido, ma la sua vita era diversa. La vita di ciascuno è diversa dalle vite di tutti, pur essendo tutte ugualmente identiche. Guardò le auto scorrere per mezz’ora, fino a quando cominciò a sentir freddo alle guance, dove si erano seccate le lacrime.

Passarono gli anni ed altri anni. Tutto quello che avrebbe lasciato di sè sarebbero stati oggetti privi di valore, ma il resto sarebbe svanito con lui. Troppo poco: cominciò a scrivere.

Le sue parole sarebbero stati i suoi figli.

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