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un tuffo

15 Marzo 2008

Giungemmo infine in prossimità del precipizio. L’acqua del mare copriva gli scogli più minacciosi, le onde trascinavano piccoli brandelli di alghe in cambio di granelli di granito. Il sole era basso e debole, si alzò il vento.

Se volessi, mi potrei tuffare“, mi disse. Io non risposi, com’era mia abitudine. Sapevo che avrebbe aggiunto qualcosa, lo conoscevo bene.
Tuffiamoci, tutti e due. Saranno solo 20-25 metri. E da quella parte non ci sono scogli“. Aveva gli occhi acquosi ed era di cattivo umore. Quando era di cattivo umore se ne usciva sempre con queste sparate.
Torniamo a casa, dai.” Era una risposta debole, lo sapevo, ma era anche l’unica che avevo a portata di mano. “Torniamo che ho fame. Ci facciamo la pizza stasera?” Gli piaceva la pizza coi broccoli.
” , valutò lui dopo qualche momento, “tanto dicevo per scherzare“.

Mangiammo la pizza, guardammo la tv. Quella sera fumò più del solito. Aveva la testa reclinata e si era scordato ancora di prendere le ciabatte. Lavai io i piatti. Era bello parlare stando in due stanze lontane. Io dovevo urlare per coprire l’acqua del rubinetto, lui era lì, io lo sapevo, era lì immobile, a fumare. “Mi volevo tuffare veramente, però“.

Sì, lo so“. Chiusi il rubinetto e mi asciugai le mani. “Lo so che ti volevi tuffare veramente“.

Pensare richiede tempo

27 Febbraio 2008

La brioche era ancora croccante. A parte il cielo cupo, quella giornata non aveva nulla di sbagliato, però c’era in lui una strana insofferenza, simile a quando un ricordo non affiora e non riesci a concentrarti su nient’altro. Non si ricordava che giorno fosse, che strano. Di solito la gente sa sempre se è l’8, il 15 o il 31 del mese. Lui non se lo ricordava. Forse era quello.

All’improvviso, il silenzio. Qualcosa di sbagliato in quel silenzio, ma cosa? Diede un morso alla brioche sporcandosi le dita di zucchero. Mentalmente si fece un appunto di non comprare più quelle così appiccicose, poi di nuovo il silenzio. Ecco cos’era: il bimbo aveva smesso di piangere. Erano giorni che piangeva, i dentini forse.

L’orologio segnava le 10. Pensare richiede tempo. Si vestì, si fece la barba senza tagliarsi ed uscì. Con quel cielo grigio anche i cappotti delle vecchie sembrano del colore dei muri ammuffiti. C’era un uomo sul marciapiede intento a portare dei pacchi in una panetteria, ne uscì un odore di pane appena sfornato e di pizza calda. Trovò la sua panchina, il vento gli fece venire i brividi alle caviglie. Era lì che andava in quelle giornate storte.

Un vecchio scese dalla bici e si venne a sedere accanto a lui. Cominciò a leggere il giornale dalla pagina sportiva, borbottando in dialetto qualcosa di scontato. Meglio di niente, tutto sommato. Con un po’ di fortuna, il sole sarebbe uscito per mezzogiorno e lui avrebbe ricordato quello che si ostinava a non ricordare.

Raffiche

16 Febbraio 2008

Funzionava così: si sceglievano un posto con una bella visuale, magari sulla strada piena di macchine, oppure sul chiosco delle limonate e dei tarallucci salati, poi restavano ore a chiacchierare oppure a star zitti, ma in compagnia. Ogni sabato d’estate si incontravano su quel muretto.

All’inizio, si sentivano un po’ a disagio. Non sapevano come rompere il ghiaccio e finivano per parlare di cose banali come il tempo. Quand’erano rilassati, invece, si facevano un sacco di risate. Uno si fumava una sigaretta dopo l’altra e commentava il passaggio di ogni ragazza; l’altro aveva sempre qualche caramella o qualche mentina e per lo più annuiva.

Dal mare veniva un’aria fresca che faceva il solletico sulle cosce. Dopo la prima mezz’ora di chiacchiere si finiva a star zitti, il silenzio sul muretto ed il caos del traffico. Le famiglie che passeggiavano, gli scooter delle amiche, i pattinatori. Poi si alzava il vento e calava il sole, allora loro si giravano spalle alla strada e cominciavano a guardare il mare e i gabbiani sugli scogli.

Qualche volta, le raffiche erano pesanti. Si ritrovavano più vicini di quanto fossero stati seduti nel primo pomeriggio. Era proprio in quel momento che la loro giornata aveva un senso, quando il vento soffiava sulle loro magliette come se volesse cacciarli da quel muretto. Invece, restavano il tempo di un’ultima sigaretta, poi andavano via, salutandosi con un cenno.

un posto al sole

9 Febbraio 2008

La sua casa affacciava sui bidoni della spazzatura.  Ogni tanto qualche umano buttava un sacchetto troppo grosso e il rumore la spaventava. Il cortile era cupo e vuoto, ma per fortuna non c’erano gatti a rompere le scatole. Di solito usciva a prendere il sole, adagiandosi sulle crepe del muro, e nessuno badava a lei, perchè gli umani restano meno tempo possibile tra i rifiuti.

Le piaceva sentire i raggi sul corpo sottile, la riscaldavano e ritempravano. Da piccola le era capitato di incontrare uno di quei terribili umani che chiamano bambini, i più crudeli e spietati verso le lucertole. Le aveva dato la caccia, e lei era scappata. Poi ancora scappata. Poi le si era avvicinato troppo, e lei si era staccata parte della coda, per proteggersi. Le scocciava un po’, ma al mostro bambino fece impressione e la lasciò in pace, mentre la coda ricrebbe.

Quel giorno si sentiva spavalda, e voleva prendere il sole. Il portone era aperto, e la strada era luminosa, molto invitante. Sgusciò dal rifugio e si insinuò spedita tra le fessure, lungo le mura scolorite. Giunta in strada, restò confusa, ed immobile. Mostri che rotolavano sputando gas dal di dietro, umani con scarpe con punte acuminate, umani che trascinavano cani che pisciavano ovunque, e gatti. Poteva sentirlo. Da qualche parte c’erano gatti, sentiva gli occhi puntati addosso.

Tremò, si voltò di scatto per tornare indietro, ma qualcuno aveva chiuso il portone. Qualche maledetto qualcuno. Provò a passare sotto, ma non riuscì, non c’era spazio, allora cercò di nuovo, e poi ancora di nuovo, più in là. Restò in basso, non voleva farsi notare, lei lo sapeva che 2 occhi la osservavano, lo sentiva, lo percepiva. Il gatto giunse all’improvviso, senza rumore, implacabile e veloce. Al primo assaltò la lucertola si raggelò dal terrore, e lasciò andare la coda. Il gatto si attardò per un secondo, la lucertola strisciò veloce tra le crepe dei marciapiedi, pronta ad infilarsi ovunque potesse sentirsi sicura. Sapeva di doverlo fare, o morire. Fuggì, e non tornò mai più a casa.

Nella fossa dei leoni

6 Febbraio 2008

La gente era ammassata sulle gradinate. Nell’anfiteatro le voci si sovrapponevano, il cielo era cupo e rosso di un tramonto d’angoscia. Qualcuno indossò la giacca, cominciava a far freddo. La gente era ammassata ed era solo gente qualunque, mentre il cielo era gonfio e opprimente, rosso e graveolente.

I leoni entrarono nell’arena portando con sè il silenzio e la paura negli sguardi. Tre uomini li guidavano verso gli spalti come se fossero dei piccoli gattini. Con loro una donna, solitaria e triste. Non appena alzò gli occhi al cielo ci fu un boato, le nubi riversarono il loro carico sotto forma di pioggia rossa. Le gocce macchiavano pelle ed abiti, ma nel volto le lacrime della gente le scoloriva in un rosa annacquato. Pesanti, calde, violenti, le gocce di sangue dipinsero il teatro di morte e di terrore.

Un urlo. I leoni scattarono verso l’alto, rapidi come coltelli, i ruggiti ferali che falciavano la gente, ammassata, ma senza più speranza. Urla di donne, urla di uomini, urla di sangue. Là dove i leoni passavano restava una traccia di paura, e la pioggia. Durò una piccola eternità, poi finì nel silenzio, nel quale si udivano solo le gocce ed il loro ticchettio sugli abiti dei cadaveri.

La donna si avvicinò ai tre uomini e li sgozzò senza che essi opponessero resistenza. Essi già lo sapevano, erano lì per quello. Poi osservò il banchetto dei leoni ed attese. Quando l’acqua non fu più rossa, quando l’acqua lavò tutto ella fece un nome soltanto. Un nome di un uomo. Ed era l’unico che fosse ancora vivo. Quell’uomo si alzò in piedi. Con un cenno lei gli ordinò di seguirla, per cui uscirono dall’anfiteatro.

Diede a lui vestiti nuovi e disse: “ora vai“.

catrame

16 Gennaio 2008

Fu uscendo dall’acqua che notai per la prima volta la pianta di limone. Un frutto cadde al suolo spargendo nell’aria l’odore di agrumi. La donna dai capelli biondi sorrise, prima di squagliarsi sulla sabbia, spalmata di creme dense come il burro. Fu uscendo dall’acqua che mi accorsi dell’auto in sosta sul tornante della montagna, e dell’uomo che pisciava sugli scogli, 30 metri in basso.

Quando il cielo fu oscurato dalle nubi si udì un latrato. La pelle d’oca ed un ciottolo troppo aguzzo. La sagoma geometrica dell’ospedale sulla collina, una cicatrice sulla nuca. Il tuono ruttò la sua pioggia pesante e opaca sulle stuoie, una bimba inciampò scorticandosi un ginocchio. Latrati e urla, acqua che cola, acqua che scende.

La polla di catrame ribolliva. Il puzzo tappava i polmoni, e poi fece improvvisamente freddo. Non c’era tempo per raccogliere i vestiti, non c’era modo di raggiungere la strada, non c’era spazio per correre veloci. Sopra, una pressa di gocce; sotto, il nero tanfo della decomposizione; ai lati la paura della gente, una grotta, un cane, ciottoli, ciottoli aguzzi.

I gomiti erano ridotti a brandelli sul prato di ciottoli aguzzi. Nessun suono si udiva ma l’aria era rossa. Sperai che mi fossero scoppiati gli occhi. Pregai perchè mentissero. Fu entrando nell’acqua che superai il dolore. Il cielo tornò azzurro, il pavimento divenne sabbia, i latrati cessarono. E la pioggia, la pioggia pioveva altrove. Così aprii la bocca, ed urlai senza emettere suono alcuno.

Quella mano luccica

4 Gennaio 2008

Contò tutte le piastrelle del bagno. Non c’era mai andato in quel bagno, nè in un bagno rosso. Così le contò tutte. La saponetta era gonfia, il dosatore pieno a metà. Chiuse gli occhi e scelse il dosatore, poi uscì lentamente, ammorbato dal fumo di sigaretta.

Sua mamma fumava sul divano di pelle bianca. C’erano vini costosi e tavolini trasparenti. Certo, anche i salatini, e poi la moquette. Nessuno badò a lui quando il cane abbaiò: aveva sussultato. Suo padre fumava in corridoio, discorsi da grandi e colonne di marmo striate di un tossico grigio.

Quella casa era troppo piena di gente per essere così vuota. In una camera da letto trovò uno strano carillon. Affascinato, udì il suono spandersi tra le 4 pareti di velluto verde, morbido come un peccato. Passò le dita sull’imbottitura, poi si accorse che qualcuno lo osservava.

Uscì di corsa, nel corridoio un telefono, nella sala un tappeto, in cucina un vassoio, sulla terrazza vasi.
Il cane abbaiò ancora. Dov’era mamma? Dov’era papà? E il carillon, l’aveva chiuso?

Perciò si alzò

2 Gennaio 2008

L’aria entrò fredda e violenta dalla finestra aperta. Le tende flapparono nella solitudine della stanza, scompigliando i fogli lasciati sulla scrivania. Invisibili goccioline d’acqua gli bagnarono il volto, ma nel buio nessuno le avrebbe notate, per cui lasciò che il gelo gli riempisse i polmoni, lentamente. E poi si lanciò nel vuoto, senza mai toccare terra.

La luce arancione si mischiava all’odore di carne. Si era tolto le scarpe e si massaggiava i piedi nei calzini di spugna. Sul tavolo, una birra e del pane; qualcuno alla tv. La grata della finestra dava sul marciapiede, ma solo in pochi, passando, sbirciavano all’interno. Passò il capodanno sperando di sorridere al primo che l’avesse osservato.

C’era tanta folla con gli occhi all’insù, a guardare i fuochi colorare il cielo di rosso e di giallo. Gli sguardi pietrificati e sorrisi alcolici, le orecchie colme di buoni propositi. Tanta felicità fluttante nell’aria, nessuno che riuscisse realmente ad afferrarla. E ancora rosso, nel cielo, e giallo.

Si era messo il vestito buono, ed aveva cenato in salotto. A lei l’odore di muffa non dava fastidio. Aveva alzato i termosifoni e poi si era appisolata poco prima della mezzanotte. Lui le aveva detto che sarebbe tornato, per cui rifiutava di credere che potesse averle mentito su una cosa simile. Ci sperava ogni capodanno, da 30 anni. E se non questo, sarebbe tornato il prossimo anno. Perciò si alzò per sparecchiare.

Di sesso e di amore

18 Dicembre 2007

Circolavano voci sul fatto che lui fosse un tipo particolare. Di quelli che in autobus gli ridi dietro appena si volta. Di quelli che quando l’hai saputo ora lo vedi e sorridi mentre prima lo vedevi e lo ignoravi. Intanto i piatti si ammucchiavano, da lavare, e lui non aveva voglia di “stappare” il flacone del Last. Pare anche che la signora accanto si fosse scopata un vecchio, la sera prima.

La gente spargeva la voce che il tipo particolare faceva ridere. Così lui, lo salutavano quando prima lo evitavano. Così lui ora aveva sempre qualcuno che gli offriva il caffè. Apparentemente la neve si era sciolta, ma sembra che qualcuno continuasse a uccidere i gatti buttandoli sul filo spinato. Probabilmente l’effetto della luna nuova, o del nome di battesimo.

Passò un’ora prima che il passerotto morisse. Si era schiantato sul vetro del portoncino mentre lui arrivava e aveva perso le penne non appena lui l’aveva preso in mano. E dire che voleva solo scaldarlo, ma gli morì lo stesso. Come quella volta che trovò il gattino zoppo nel bidone della spazzatura. Gli animali lo guardavano sempre con gli stessi occhi con cui lui guardava la gente. Forse per quello faceva la stessa fine.

Era quasi sicuro di piacergli. Quasi perchè senza il quasi la magia sarebbe svanita. La magia di pensare che magia ci fosse. Circolavano voci sul fatto che lui fosse un tipo particolare. Ma circolavano male perchè lui se ne era accorto, e camminava alla larga dal filo spinato.

Stanotte

20 Novembre 2007

stanotte1Stanotte ho sognato di nuotare, e mi sono svegliato di buonumore. Ho aperto le finestre per cambiare l’aria, e faceva un freddo da freezer. Il caffè l’ho macchiato con un poco di latte. E’ finito, devo andare a comprarlo. C’è il bucato da stendere ed ho una giornata piena come un saccottino del mulino bianco. A volte, riesco a sentirmi felice come una quaglia che il cacciatore spara a quell’altra.

stanotte2Stanotte ho sognato di volare, e mi sono svegliato tranquillo. Ho aperto le finestre per cambiare l’aria e sono rimasto affacciato finchè non mi è venuta la pelle d’oca. Il caffè era buonissimo. Dopo vado a comprare il latte, e poi c’è da fare la lavatrice. Ho più cose da fare oggi che negli ultimi 10 giorni.
A volte, riesco a sentirmi sereno come un cero acceso davanti alla Madonna.

stanotte4Stanotte ho sognato di guidare, e mi sono svegliato con l’ansia. Faceva un freddo che ho messo la sciarpa prima di aprire le finestre. Il caffè è venuto su in un minuto, neanche il tempo di togliere il bucato dalla lavatrice. Ho una giornata zeppa come i camion di cocomeri. E per di più è finito il latte.
A volte, riesco a sentirmi inquieto come uno sceneggiato Rai degli anni ‘70.

stanotte3Stanotte ho sognato di correre, e mi sono svegliato stanco. Neanche volevo aprire le finestre per cambiare l’aria. Questo freddo di mattina lo odio. Persino il caffè non sapeva di niente. Ci ho messo il latte, ma è finito il tetrapak. Devo stendere quegli asciugamani. Ho una giornata piena come i buchi dell’emmental.
A volte, riesco a sentirmi uno schifezza come quando dici una cosa e poi ti penti.

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