Posts Tagged ‘Ricordi’

solo il sole

18 Maggio 2008

Per strada non c’era gente. A parte il sole, nessuno mi stava a guardare, così decisi di smettere di camminare e riposarmi un poco. L’altezza mi dava le vertigini, però il mare era quieto e silenzioso. Tanto amo osservare il mare dalla terraferma quanto mi terrorizza a bordo di una imbarcazione.

Non so dire perché mi trovassi lì, in quella stradina sperduta. Certo, avevo sempre amato le passeggiate solitarie, per quanto la mia età fosse più quella tipica dei giochi tra amici e delle compagnie rumorose. Ero lì dove nessuno sapeva che potessi essere, il che faceva di me un essere libero e forse, per la prima volta, un adulto.

Non mi ero accorto dell’ora tarda. Cominciai a pensare ai miei e temevo che fossero in pensiero per me. Mi mossi a passo più sostenuto e all’improvviso il tramonto non era più romantico, ma cupo. Volevo tornare a casa, ma mi attendeva una camera in albergo. Svoltai, ed ecco che 1000 finestre si affacciavano sulla mia ansia. I palazzi bianchi e azzurri dalle verande prosperose; i palazzi alti e sottili incrostati di edera; i palazzi color crema dalle persiane abbassate. Più in alto, più ancora, un albergo vuoto.

Avevo le chiavi. La stanza puzzava di tende polverose. E poi la moquette mi metteva tristezza. Non la tv, non la radio, restai seduto sul letto aspettando che si aprisse la porta. Sarebbe tornato papà o mamma, quella sera?

il mare non c’era

17 Aprile 2008

Partimmo all’alba.

L’alba, che ho sempre odiato il freddo.

Restavo al finestrino ad inventare canzoni, contando le strisce bianche dell’autostrada. Ogni km ce ne sono 80. Guida sempre qualcun’altro, e comunque l’auto non l’ho mai sopportata. Pane per le metafore e per gli psicologi. Non ho mai sopportato guardare negli occhi la gente e decidere chi deve passare, ai semafori.

L’alba, che il cielo è del colore dei disegni dei bimbi.

La nonna sgranocchiava biscotti, mentre io fantasticavo di essere un atleta, del salto in alto o magari il decathlon. L’autogrill giusto, sempre quello dopo. I finestrini chiusi anche col caldo. Le canzoni più belle sempre a bassa voce. Comanda chi gira la manopola. Il viaggio al finestrino, a contare qualcosa. Non ho mai avuto l’entusiasmo per la partenza, ma sempre malinconia.

L’alba, che sei solo tu al mondo.

Basta partire, che la colazione cambia. Non mangiamo mai la marmellata coi biscotti ma la mangiamo in albergo, per esempio. Non mangiamo mica le brioches a casa nostra ma se siamo in bar ci sembrano irrinunciabili. Non ho mai saputo scegliere la brioche che veramente mi piace prima di sentirmi a disagio per l’idea di sembrare indeciso agli occhi del barista. Di solito dico “anche io”, dopo che ha scelto un altro. Tanto, da solo non ci vado al bar.

L’alba, che odio l’alba di capodanno.

A partire, si parte. Arrivare è il peggio. Perché a volte arrivi dove non vuoi. Le cabine erano di legno, scure, umide. Allineate e scheletriche, vuote e senza sabbia. Gli scogli cupi e infestati dalle alghe. Il tempo era diventato brutto, ed il mezzogiorno suonava di campane. Niente sole. E poi il mare non c’era. Quelle erano grigie valanghe di spuma, feroci, fredde, cattive. Entrammo dove dovevamo entrare.

come sempre accadeva

5 Aprile 2008

restavo a letto un altro po’, a guardare il rumore dei camion sul soffitto. lui era ancora addormentato, come sempre accadeva.
il sole entrava dalle fessure delle persiane disegnando mosaici di luce nella stanza, io respiravo piano e seguivo i granelli di polvere nel loro percorso faticoso.

poi chiudevo gli occhi, facendo finta di dormire ancora. erano i minuti più belli, quelli. potevo respirare l’odore della nostra stanza e del mattino, della notte e dei nostri corpi. aspettavo che l’incanto svanisse.

“ehi? alzati, che sono le 7″, mi diceva lui dopo un po’, ed io facevo finta di svegliarmi proprio allora. “ciao”, accennavo. tanto, lui lo sapeva che al mattino non ero capace di parlare granchè. poi si alzava per primo, come sempre accadeva. io restavo a letto ancora un altro po’.

Nell’aria

25 Marzo 2008

Se ne andò sul tetto, più in cielo che poteva.
Nessuno l’avrebbe visto chiudere gli occhi e parlare col sole. Le tegole erano ruvide al tatto, i suoni della strada molto più in basso.
Dormì, sognando. Poi, gocce di pioggia.

all’ombra

17 Marzo 2008

Quando vedo le macchie di sole sul pavimento mi vien voglia di sdraiarmi a terra, come facevo da bambino, immerso nella luce. Ricordo che mi mettevo a leggere oppure fantasticavo, finchè il sole non si spostava e le guance mi diventavano calde.

Ora che sono adulto leggo sempre tanto, mi piace lo stesso fantasticare, ma se mi sdraio al sole c’è sempre una parte di me che resta, almeno per un po’, all’ombra.

un tuffo

15 Marzo 2008

Giungemmo infine in prossimità del precipizio. L’acqua del mare copriva gli scogli più minacciosi, le onde trascinavano piccoli brandelli di alghe in cambio di granelli di granito. Il sole era basso e debole, si alzò il vento.

Se volessi, mi potrei tuffare“, mi disse. Io non risposi, com’era mia abitudine. Sapevo che avrebbe aggiunto qualcosa, lo conoscevo bene.
Tuffiamoci, tutti e due. Saranno solo 20-25 metri. E da quella parte non ci sono scogli“. Aveva gli occhi acquosi ed era di cattivo umore. Quando era di cattivo umore se ne usciva sempre con queste sparate.
Torniamo a casa, dai.” Era una risposta debole, lo sapevo, ma era anche l’unica che avevo a portata di mano. “Torniamo che ho fame. Ci facciamo la pizza stasera?” Gli piaceva la pizza coi broccoli.
” , valutò lui dopo qualche momento, “tanto dicevo per scherzare“.

Mangiammo la pizza, guardammo la tv. Quella sera fumò più del solito. Aveva la testa reclinata e si era scordato ancora di prendere le ciabatte. Lavai io i piatti. Era bello parlare stando in due stanze lontane. Io dovevo urlare per coprire l’acqua del rubinetto, lui era lì, io lo sapevo, era lì immobile, a fumare. “Mi volevo tuffare veramente, però“.

Sì, lo so“. Chiusi il rubinetto e mi asciugai le mani. “Lo so che ti volevi tuffare veramente“.

malva e ginestre

14 Marzo 2008

Sono per strada a piedi nudi e fa caldo. Oltre a me non c’è nessuno, mi ritrovo ad un incrocio. Posso accorciare andando a destra, o passare in centro e svoltare a sinistra, decido di andare a sinistra, tanto faccio sempre così. Cammino più lentamente e ora c’è più gente, ma sono tutti immobili.

Sono l’unico a piedi nudi, perchè?, mi sento un po’ in imbarazzo, ma nessuno sembra farci caso. I negozi sono chiusi, non lo sopporto quando sono chiuso, in più ora è buio. Mi ritrovo ad andare verso casa, ma la strada si fa difficile, e ad ogni passo sudo e faccio fatica. Devo aiutarmi con le braccia, e trascinarmi poco più avanti.

E’ notte, cammino coi gomiti e avanzo più che posso. Sono a tre quarti di strada, sudo. Di tanto in tanto prendo fiato poi mi spingo per parecchi metri di slancio. Vedo casa mia in lontananza, so che posso giungervi in breve tempo, anche se la stanchezza si fa sentire. La strada cambia ad ogni passo, e non la riconosco più, e mi perdo. Resto immobile, stanco e deluso, perchè non so dove andare.

Ad un tratto la strada si fa in discesa e ora non riesco a frenare, passo oltre, ma perché?, voglio fermarmi ora! no no più avanti no no voglio fermarmi! fermatemi!…casa mia sparisce. Mi ritrovo in un campo, ci sono cardi e papaveri, ai bordi dei binari vedo malva e ginestre. Mi siedo ed aspetto che passi un treno. Un’ape ronza accanto a me, il treno non passa e chiudo gli occhi.

Raffiche

16 Febbraio 2008

Funzionava così: si sceglievano un posto con una bella visuale, magari sulla strada piena di macchine, oppure sul chiosco delle limonate e dei tarallucci salati, poi restavano ore a chiacchierare oppure a star zitti, ma in compagnia. Ogni sabato d’estate si incontravano su quel muretto.

All’inizio, si sentivano un po’ a disagio. Non sapevano come rompere il ghiaccio e finivano per parlare di cose banali come il tempo. Quand’erano rilassati, invece, si facevano un sacco di risate. Uno si fumava una sigaretta dopo l’altra e commentava il passaggio di ogni ragazza; l’altro aveva sempre qualche caramella o qualche mentina e per lo più annuiva.

Dal mare veniva un’aria fresca che faceva il solletico sulle cosce. Dopo la prima mezz’ora di chiacchiere si finiva a star zitti, il silenzio sul muretto ed il caos del traffico. Le famiglie che passeggiavano, gli scooter delle amiche, i pattinatori. Poi si alzava il vento e calava il sole, allora loro si giravano spalle alla strada e cominciavano a guardare il mare e i gabbiani sugli scogli.

Qualche volta, le raffiche erano pesanti. Si ritrovavano più vicini di quanto fossero stati seduti nel primo pomeriggio. Era proprio in quel momento che la loro giornata aveva un senso, quando il vento soffiava sulle loro magliette come se volesse cacciarli da quel muretto. Invece, restavano il tempo di un’ultima sigaretta, poi andavano via, salutandosi con un cenno.

Press play on tape

12 Febbraio 2008

Fragole e macchie sulla pelle, un campo, voci, la pioggia e le scarpe verdi. La stanza al piano di sopra puzza di muffa e l’armadio è spalancato, lo specchio, all’interno, riflette le lenzuola pulite sulla sedia. Una vecchia sorride in una cornice, le candele sono spente. Più in alto non salgo.

Dieci donne fanno la doccia, nude e bianche. Entro negli spogliatoi, urlano. Una di loro ha i seni pesanti e flosci, chiude la porta. Quando passa la settimana? La notte non piango, sono troppo stanco. Mi sveglio per primo. Non sono un essere sociale. Qualcuno mi spia, se mi volto lui sarà lì, lo so.

La giraffa cade e muore.

Cadi, neve. Cadi e copri. Nascondi.

Quando la bimba urlò la prima volta, nessuno si voltò. La seconda volta, urlò più forte e si voltarono tutti. La mamma le diede uno schiaffo davanti a tutti. La bimba urlò la terza volta, ma stavolta tutti la ignorarono. Poi una quarta, una quinta, una sesta…

catrame

16 Gennaio 2008

Fu uscendo dall’acqua che notai per la prima volta la pianta di limone. Un frutto cadde al suolo spargendo nell’aria l’odore di agrumi. La donna dai capelli biondi sorrise, prima di squagliarsi sulla sabbia, spalmata di creme dense come il burro. Fu uscendo dall’acqua che mi accorsi dell’auto in sosta sul tornante della montagna, e dell’uomo che pisciava sugli scogli, 30 metri in basso.

Quando il cielo fu oscurato dalle nubi si udì un latrato. La pelle d’oca ed un ciottolo troppo aguzzo. La sagoma geometrica dell’ospedale sulla collina, una cicatrice sulla nuca. Il tuono ruttò la sua pioggia pesante e opaca sulle stuoie, una bimba inciampò scorticandosi un ginocchio. Latrati e urla, acqua che cola, acqua che scende.

La polla di catrame ribolliva. Il puzzo tappava i polmoni, e poi fece improvvisamente freddo. Non c’era tempo per raccogliere i vestiti, non c’era modo di raggiungere la strada, non c’era spazio per correre veloci. Sopra, una pressa di gocce; sotto, il nero tanfo della decomposizione; ai lati la paura della gente, una grotta, un cane, ciottoli, ciottoli aguzzi.

I gomiti erano ridotti a brandelli sul prato di ciottoli aguzzi. Nessun suono si udiva ma l’aria era rossa. Sperai che mi fossero scoppiati gli occhi. Pregai perchè mentissero. Fu entrando nell’acqua che superai il dolore. Il cielo tornò azzurro, il pavimento divenne sabbia, i latrati cessarono. E la pioggia, la pioggia pioveva altrove. Così aprii la bocca, ed urlai senza emettere suono alcuno.

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