Posts Tagged ‘solitudine’

il post di poche parole

13 febbraio 2009

E’ che certe volte mi pare bellissimo stare a guardare la luce sull’asfalto.

L’autobus mi trasporta anche se io resto immobile con la testa al finestrino, vedo la gente scorrere, le auto, i negozi, i balconi. Qualcuno sale, qualcuno scende, per ora io resto.

E’ che non puoi sentire la mancanza di chi ancora non hai mai conosciuto.

Mi resta il fotogramma delle mie scarpe sulle foglie secche, l’ombra dei rami sul marciapiedi, la mia amica che mi aspetta dall’altro lato della strada. Un bel respiro, ed i pensieri svaniscono come bolla, davanti a questo sole che non scalda.

il post della giostra nel cielo

5 febbraio 2009

C’è un treno che si muove piano sui fianchi delle montagne a strapiombo sul mare. Dai finestrini aperti si scorge il sole, nascosto dalla vegetazione e dalle vecchie case. Siamo tutti seduti in terza classe, lo sguardo rivolto al mare di ulivi e alle macchie gialle delle ginestre.

Il treno rallenta per attraversare un piccolo ponte, sotto il quale un ruscello scorre per gli ultimi metri. Il suono dell’acqua sui ciottoli già arrotondati, le pagine dei giornale che sta sfogliando quel vecchio. E’ mezzogiorno già da un giorno intero.

Si curva piano, con cautela, quasi a passo d’uomo. Uno spuntone di roccia, un cupo fogliame e l’odore del muschio. La gente si alza dai sedili di legno, il vecchio indossa il cappello. Possiamo uscire. Il cielo è pulito.

Ci fanno salire su un piccolo ascensore, a gruppi di quattro. Ci sediamo nelle macchinine arancioni, poi la giostra si mette in moto. Giriamo nel cielo, lenti e silenziosi, finché non siamo così in alto che nessuno riesce più a distinguere le nostre sagome. Il vecchio si mette a dormire, gli cade il cappello e va a finire in mare. E’ mezzogiorno da un giorno intero.

il post senza l’albero

22 dicembre 2008

Casa mia è la mia sedia davanti ad uno schermo. Le foglie delle mie piante che cercano la luce, lente ma instancabili, casa mia sono gli oggetti che restano lì dove io li ho lasciati, è la crepa sul soffitto, la tenda che si muove, il vuoto nel frigo, i libri ammassati, l’acqua che scorre nei tubi, l’albero di Natale che non c’è.

Ci fu un albero ed un bimbo che imparava i colori. Il davanzale e i vetri appannati, ciocche di capelli. Soffiò sulle candeline, soffiò, poi non più, mai più. 

Se mi affaccio alla finestra vedo uno di quegli alberi gonfi, violenti, di mille colori. Le luci scandiscono le altrui serate col loro ritmo tranquillizzante. C’è più felicità in quella luci? L’anziana donna chiude le tende, non faccio neanche in tempo a sorriderle, i colori delle luci sono sfocati, ora.

Ci fu un albero ed un cagnolino cieco che passò la notte ai piedi del letto. All’alba le luci si spensero e non tutti si svegliarono.

Una volta fecero un albero gigantesco e tutto dorato. Ci andavo vicino, alzavo gli occhi e mi sentivo in un paradiso di neve. Sentivo i bambini pattinare. Una mamma mi salutò, così guardammo i bimbi pattinare finché il piccolo non cadde, poi voltai le spalle alla montagna dorata.

Ci fu un albero con tanti regali. Tanti regali mancanti. La mezzanotte giunse come una liberazione. Ci affacciammo per vedere i fuochi d’artificio.

Passo ogni anno dal ragazzo che suona la fisarmonica. Quando tornavo a casa, tardi, lo guardavo contare le monetine raccolte in giornata. L’ho sempre visto sorridere, mi è simpatico. Passo e lo saluto, so bene che lo fa con tutti ma anche se non si ricorda di me invece lui per me è speciale. Lui è la musica del mio Natale, quello che festeggio nel segreto dei miei pensieri.

Ci fu un albero nel passato che ancora non conosco e di cui non posso raccontare.

Pioggia

10 dicembre 2008

L’ombrello si apre dopo qualche secondo, le gocce martellano più del cuore in corsa. Scrosci freddi, scrosci di dicembre, che lavano l’asfalto e sporcano la giornata, una giornata di passaggio, umida, gonfia e pesante.

E le pozzanghere ostacolano il cammino, le nubi scaricano altra acqua e tu sai che non ti puoi lamentare, a che serve e poi perché. Così sorridi, così prosegui.

il post in cui poi sciogli il nastro, poi sciogli il nastro

9 novembre 2008

Me ne andai alle 10, come al solito. Non potevo perdere l’ultimo treno, e poi era già buio. Sarei rimasto, ma non potevo perdere l’ultimo treno, e poi era già buio. Strinsi i pugni nei guanti di lana, mi allontanai e dopo un po’ non sentii più le voci. I fari delle auto mi accecavano, e le pozzanghere poi.

Sulla giostra c’era un bambino, aveva scelto il cavallo dorato. Un uomo sedeva sulla panchina, la solita vecchia dietro ad un vetro scorrevole premeva il pulsante. Luci gialle e rosse, luci gialle. Mai stato sul cavallo dorato, mai scelto il cavallo dorato.

Il biglietto già ce l’avevo. Dovevo solo andare al bar e comprare la mia merendina. Ogni volta facevo finta di sceglierla, ma in realtà già sapevo che avrei comprato sempre la stessa. 1000 lire. Volevo che la cassiera pensasse che passavo lì per caso, non so, ogni volta facevo finta di sceglierla, ma in realtà già sapevo che avrei comprato sempre la stessa. Pagai, uscii. Tris di 8, una Q e un J: l’uomo spense la sigaretta.

L’attesa, come al solito. L’attesa è il momento in cui confezioni il tuo futuro scegliendo in che pacchetto inserire il presente che è appena passato. Poi domani sciogli il nastro e ti accorgi di che colore è. L’attesa coi pugni chiusi nei guanti di lana, un bimbo sul cavallo dorato, un tris di 8. Il treno arriva e poi torni a casa, il posto più confortevole in cui soffrire. Poi domani sciogli il nastro e ti accorgi che c’è dentro.

il post che tanto non si capisce

5 agosto 2008

Ofelia di Millais. E poi le fragole nell’orto, la nonna che mi porta a raccogliere le pannocchie di mais, col sole, con le ginocchia sbucciate. In volo, posto di corridoio, allacciate le cinture, si atterra e si muore. Le scale e la Madonna. O passeggero che passi per questa via, alza gli occhi e saluta Maria.

Angelus di Millet. E poi la camicia blu, la spesa di notte, gli spaghetti col tonno e limone. Massaggi, un telefono che suona, non so dove andare e vado lo stesso dove non posso. Mi manchi da prima ancora.

Watteau. “Salta più in alto che puoi” le risate, gli abbracci. Corro veloce, corro più veloce, corro più veloce ancora. Il prato di margherite e la panchina vuota. Si spezza la catenina, le perline sparse nell’erba. Per sempre, nell’erba. Turner, Tramonto sul lago.

L’autoritratto di Duerer. Un cerchio, sedie, racconti. “guardatevi negli occhi”, poi una fitta al cuore. Non voglio, non posso, non riesco. Notte, il plumcake e il treno vuoto. Il vecchio con gli occhiali e l’odore dell’allegria altrui. La giostra luccica, rossa e gialla. Nessun bambino sull’automobilina, la vecchia appisolata alla cassa. Saskia, dove sei?

nella tua fine è il mio principio

4 luglio 2008

 1 - Contava le ciliegie.

1, 2, 3, 4, 5 ciliegie.
Buonasera, come va?” - disse alla vecchia - “Buonasera! belle le sue ciliegie!”.
6, 7, 8, 9, 10 ciliegie.
Sono ciliegie!” - rispose alla vecchia - “sono belle ciliegie!“.
11, 12, 13, 14, 15 ciliegie.
“ne assaggerei una volentieri” - sorrise la vecchia - “ne asseggerei una bella grossa e dolce”.
16, 17, 18 - l’uomo alzò per un attimo lo sguardo - 19, 20 ciliegie.
prego, si serva pure!” - affermò. “prego, prego“.
La vecchia prese una bella ciliegia scura. La numero 5, forse, o la 8, può darsi.

 2 - Citofoni

Per cui si era perso.
Il cielo si era messo al grigio, la strada faceva una strana curva ed i negozi erano chiusi. Disperò di trovare la via di casa. Ricordava bene il citofono, però. Cominciò a guardarli tutti, uno dopo l’altro. “no, non è… non è questo, no, no… no, non è questo, no…
La strada finì. Destra o sinistra? Ancora più lontano o forse più vicino? E come faceva quella canzone che aveva sulla punta della lingua?
Non se la ricordava. Passo un’auto.
Destra, decise. “no, non è… non è questo, no, no… no, non è questo, no…

3 - non è vero amore

mi vuoi un po’ di bene?” - erano al supermercato, reparto hi-fi.
“no, ovvio” - ci scherzava sempre.
mi vuoi un po’ di bene? dai dimmelo” - per lui un no era solo un no.
“sì, ma certo che domande mi fai” - concesse.
ah, beh al secondo tentativo. meno male” - disse sottovoce.

4 - nessuno mai

“le faremo un’iniezione che le bloccherà il cuore. non sentirà nessun dolore”.
“posso abbracciarla?”
“sì, certo.”
ti voglio tanto bene, nessuno ti vuole bene come me
“aspetti fuori, la chiamiamo non appena il suo cagnolino sarà morto”.
sì, va bene”

5 - Perché, è morto?

Tornò a casa che aveva in mente quella strana domanda: “mi vuoi un po’ di bene?”. ma perché gliel’aveva fatta? Sovrappensiero, per poco non investì un vecchio rimbambito fermo all’angolo, poi lo vide incamminarsi a destra. Parcheggiò l’auto, aprì il portabagagli e prese il fagottino avvolto nella coperta. Andò nella campagna di fronte e chiese al contadino: “posso seppellire il mio cane?“.
perché, è morto?” - disse quello. “eh sì, che è morto” - gli rispose.

“sì, fai pure, fai. povera bestia. dov’ero rimasto? ah sì, 46, 47, 48, 49, 50 ciliegie”.

Candeline sulla torta

18 maggio 2008

La signora anziana viveva da sola da troppi anni. Riceveva poche visite e spesso non cambiava più neanche il centrotavola ad uncinetto. La porta del salotto restava chiusa tutto l’inverno e lei stessa non vi entrava neanche d’estate, quando però si divertiva a vedere i giochi di luce della finestra sul mobile a vetri.

La signora anziana aveva solo due nipoti che però la andavano a trovare raramente. Lei conservava le caramelle ed una bottiglia di liquore per quelle occasioni, e parlava loro di come avesse conosciuto il nonno, tanti e tanti anni prima. I nipoti le portavano biscotti e a volte una sciarpa, poi lei la sera piangeva e restava a guardare la tv, dove davano sempre qualche vecchio film.

La signora anziana andò a comprare il pane e due paste morbide.

La signora anziana aveva un’amica sola, ma l’amica un giorno morì. Andò al funerale e portò dei fiori sulla tomba, poi tornò a casa e restò a guardare i bimbi che giocavano nel cortile. Sistemò le cipolle nel sacchetto, spezzò i gerani nei vasi, volse il capo ricordando quando suo marito le aveva dato un bacio, quella primavera, e poi rientrò in casa. Sistemò una candelina sulla pasta e soffiò. Buon compleanno, si disse.

A distanza di molte lingue

8 maggio 2008

Dormivano in 8 nella stessa stanza. I due materassi affiancati sul pavimento, grovigli di gambe e di fianchi, di braccia e di piedi. Il calore era insopportabile, le zanzare banchettavano. Nell’ora che precede l’alba lui le si avvicinava, le scostava la veste e le entrava dentro piano, come se non volesse svegliare neanche lei. Il sudore si rapprendeva sulle lenzuola in chiazze umide.

Lui crollava nel sonno più profondo, lei restava a guardare il soffitto. Un ragno e la sua ragnatela. Il respiro pesante dei loro compagni. Una casa distante molte lingue diverse e accanto un uomo che non era quello che lei aveva desiderato, ma da cui era desiderata. Restava sveglia finchè non le si asciugava il sudore e l’amore.

Il sole entrò più forte che altrove, nella casa dagli 8 corpi. Silenzioso urlo di richiamo, disegnò gialle geometrie sui corpi rattrappiti dalla notte. Le ombre delle mosche. Bisognava alzarsi per andare a lavorare, per guadagnarsi il diritto ad una nuova notte. Lei no. Lei restava lì. La sua vita era in orizzontale.

Quell’alba si concesse di piangere. Pianse sua sorella, lontana molte lingue diverse; l’albero di limoni, i giochi col fango, le risate con la sua amica. Poi si sentì meglio, così che quando vide le fiamme avanzare non tentò neanche di scappare. Chiuse gli occhi, e iniziò a pregare.

Tre rintocchi

27 aprile 2008

La campana di notte è più solenne. Tre rintocchi, quando l’aria ti solleva i peli sul braccio e ti vengono quei brividi belli, quelli che sei solo tu e il vento. La fontana è stupida, la stessa acqua che scende poi sale poi scende poi sale: nessuno la beve nessuno la usa e dopo un po’ nessuno la guarda, ma tutti l’ascoltano e per un secondo si illudono di stare al mare, quando le onde accompagnano quelle passeggiate col cuore che ti batte e ancora non ti fa male.

A parte il buio la strada è come di giorno, vuota. Ma puoi assistere ai segreti della gente, ai loro sbadigli, alle luci dietro ai vetri che si spengono e poi si accendono. Auto che attendono portoni che si aprono, vecchi ubriachi che svoltano barcollando sulle loro biciclette sgangherate. Tu pensi che nessuno ti osservi ma c’è sempre qualcuno che osserva la stessa aria immota che stai a guardare tu. Gente che dorme e gente che fa l’amore, gente che è sola e gente che è sola, molto sola.

Il peggio è quando comincia a spuntare l’alba. Perché è proprio allora che ti vien sonno, ma ormai i pensieri sono andati avanti ed il letto è già sfatto. Non c’è libro che tenga, non c’è film, non puoi chiamare nessuno a quell’ora infame, uscire non puoi e neanche ti viene in mente di farti una sega. Hai sconfitto te stesso e da te stesso sei stato sconfitto, imbecille, ed ora chiudi gli occhi e dormi, se puoi: domani farà schifo, ma se sei fortunato non te ne accorgerai nemmeno.

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