Posts Tagged ‘solitudine’

Affinchè non

27 Aprile 2008

e così la casa diventa gialla, di quella luce che domani è lunedì. cosa devo fare, cosa avrei dovuto fare, cosa non avrei dovuto fare.

le caramelle nel vassoio stanno per finire, le piante sono al loro posto. so che sanno che ho cura di loro. anche oggi ho vissuto alla meno peggio. la mattina mi preparo per il pomeriggio, ed il pomeriggio mi preparo per la sera. la sera che è cosa devo fare, cosa avrei dovuto fare, cosa non avrei dovuto fare.

quando guardi le bolle di sapone c’è sempre quella che resiste tanto, tanto a lungo. scolorisce, sale lentamente e se la segui il sole ti acceca. poi scoppia e non ti soffermi a pensare a lei, ma subito ne soffi altre 100.

un giorno qualcuno proverà ad accarezzarmi, ma per quanto saprà essere delicato mi farà scoppiare ugualmente, e spero che il sole lo accechi, affinchè non mi veda piangere.

morbido

14 Aprile 2008

Appena uscito dalla stanza, il pavimento diventa verde, e comincio a zoppicare. In bocca ho il sapore del cioccolato fondente, e davanti a me una finestra è spalancata sul mare tranquillo e blu, l’acqua è fredda solo a vederla.

La brezza è piacevole, ed un soffio più forte fa cascare le pareti. Un salto, e sono in acqua, non zoppico più ed è il tramonto. La sabbia è arancione e le onde mi spingono a riva. Sotto l’ombrellone c’è un ragazzo sdraiato sul lettino. E’ morbido ed ha un sorriso dolce, mi vede e mi abbraccia.

“restiamo qui un altro po’?”, mi chiede. Annuisco. L’aria è libera di suoni e di odori, mi appoggio al suo petto e mi addormento. Sogno albicocche e limoni canditi, e una mano che mi accarezza.

Al risveglio, sulla sabbia sono spuntate violette ed erba fresca, ed i miei capelli sono cresciuti. Il mio ragazzo morbido è immobile al sole, nell’aria un profumo di arancio ed il suono delle onde. Non lo sento respirare più.

quiete

6 Aprile 2008

Due bambole giacevano sul letto. La prima era scapigliata e nuda, la seconda morbida e rossa. La bimba dormiva con un piede fuori dalle lenzuola. Pezzi di costruzioni e giochi colorati si tingevano di nero nel caldo della notte.

Sul letto rifatto, un rosario ed un paio di asciugamani. Una cornice d’argento sul comodino, con un uomo sorridente. Nella stanza vuota, l’orologio scandiva la solitudine fendendo i silenzi come una spada.

Un uomo spazzava i rifiuti raccogliendoli in una paletta verde acqua. Il lungomare si svuotava, lasciando la spiaggia aperta solo agli sciocchi ed agli innamorati. Le onde si infrangevano solo per i primi.

Il figlio dormiva, la figlia dormiva. La mamma, finalmente, riposava.

———————-

 La bimba stava giocando fuori, sul terrazzino della cucina. Faceva caldo e il sole giocava con la ringhiera a creare poligoni d’ombra. A lei piaceva usare i gessetti colorati sulla parete, tra i vasi di gerani e i barattoli di latta.

L’ombra della donna la fece voltare di scatto. Il suono fu di cocomeri troppo maturi. “Mamma!”, disse. Sull’asfalto, il corpo di una vecchia. Si diceva che fosse pericoloso lasciarla in casa da sola. Il suo volo si era concluso in una macchia rossa. “Mamma!”, disse ancora, “mamma!”.

La gente accorse. Volevano vedere, ma poi si mettevano le mani davanti agli occhi, come gli adolescenti coi film d’orrore al cinema. Chi aveva già visto diceva ai nuovi arrivi: “non vedere”, invano. Il sole era giallo. Agosto, forse. Il figlio fu il primo a sapere la notizia.

Qualcuno ripulì i resti purpurei, quella sera. L’argomento del giorno era stato deciso in ogni casa. Le zanzare furono particolarmente insopportabili e nessuno mangiò cocomero. La figlia seppe della notizia che era al mare. Almeno, così si diceva.

—————

Drappeggiarono di lutto la porta di casa, ma non venne tanta gente a far visita ai figli. Il tavolo del salotto era stato spolverato ed il sole faceva riflettere la polvere ai bordi del lavoro ad uncinetto. Alle pareti, nature morte e un orologio con la cornice dorata. La sedia era rigida.

La gente annuiva, la figlia annuiva, il figlio annuiva.

In chiesa un uomo continuava a tossire. Avevano detto al prete che si era trattato di un incidente. Non c’era modo di sapere cosa fosse successo, a meno che i piccioni non avessero imparato a parlare. E la bimba, lei sapeva dire solo “mamma!”.

Qualcuno gettò la terra nella fossa, tutto finì con due date sul marmo ed una foto ovale. L’odore dei cipressi era pungente, l’aria ammorbata e quella stupida canzone nell’aria e nelle orecchie. Finalmente poteva cominciare il dopo.

Lampadine viola

31 Gennaio 2008

Sono in un prato, un prato di primavera, ma l’erba è secca e i fiori hanno i petali raggrinziti. Disteso sul verde, osservo le persone che passano il tempo senza accorgersi che il tempo passa. Una coppia si sdraia poco distante da me, lei è bella ed è sorridente, lui non ha volto, proprio non ce l’ha.

Vorrei vederlo in viso ma non posso, il sole mi acceca. Come per un impulso che non so spiegare mi alzo e mi sdraio accanto a loro. Inizio a parlare con lei, come se fossimo vecchi amici, ma non appena il ragazzo senza volto si accorge di me, comincia a piovere. Non so da dove arrivi quell’acqua, il cielo è blu, ma piove. Alziamo gli occhi, la pioggia ci avvilisce.

E’ subito mezzanotte. La strada è illuminata da lampadine viola. Un automobilista si ferma e mi dà un passaggio. Salgo in auto, e riconosco in lui un mio vecchio amico. Non parla, nè ride. Vorrei abbracciarlo, non lo rivedevo da tanto, ma mi fa un cenno col volto,  come se dicesse: “scendi”, così mi  ritrovo in una piazza con una fontana. Un bronzo che versa l’acqua da una brocca.

La gente ha caldo, e sorride coi piedi a mollo. I riflessi delle luci nell’acqua, qualcuno sorride a qualcuno che sta zitto. La loro presenza mi è insopportabile. Nel bar più vicino ordino una coca cola. Ai tavoli, fiori dai petali vellutati illuminati da lampadine viola. La gente mi osserva come se non avessi un volto.

nuota, nuota

28 Gennaio 2008

La maglietta era tutta stropicciata. “Arrivo subito!”, disse, e si precipitò per le scale. Puzzavano di detersivo, il cactus sembrava afflosciarsi e la luce illuminava le porte dell’ascensore. La vecchia demente succhiava un ghiacciolo sulla panchina, sola, le sottane rattrappite come le rughe del volto. “Eccomi!”, dichiarò.

In auto, c’era quell’odioso arbre magique verde. Si era fatto la barba, l’altro, aveva messo una camicia a fiori e sembrava un tamarro con quel nuovo paio di scarpe luccicanti. Ma aveva un buon odore e poi era sempre puntuale. “ciao, tutto bene?”. Lui annuì, tanto era di poche parole. Annuiva e basta. Ma andava bene così: c’è gente che parla e c’è gente che ascolta, ecco.

Nel parcheggio le auto erano gonfie di sudore. La carta dei giornali si appiccicava ai finestrini, assorbendo suoni e umori. Ogni tanto qualcuno scendeva a fumarsi una sigaretta, dopo. Quella sera fu veloce e anonima. Forse, per via della maglietta stropicciata, o per via delle scarpe luccicanti. L’aria si era fatta fresca, c’era quasi tutta la luna in cielo, tanti amanti in terra, e un uomo solo che nuotava nel mare, di fronte.

Scesero dall’auto, poi si aggiunsero altri e poi altri ancora. Lasciati i segreti nei cruscotti, la gente osservava quell’uomo solo nuotare. Invidiavano la libertà di quella calda solitudine d’acqua. L’alba era ancora lontana e il viaggio di ritorno, lungo.

catrame

16 Gennaio 2008

Fu uscendo dall’acqua che notai per la prima volta la pianta di limone. Un frutto cadde al suolo spargendo nell’aria l’odore di agrumi. La donna dai capelli biondi sorrise, prima di squagliarsi sulla sabbia, spalmata di creme dense come il burro. Fu uscendo dall’acqua che mi accorsi dell’auto in sosta sul tornante della montagna, e dell’uomo che pisciava sugli scogli, 30 metri in basso.

Quando il cielo fu oscurato dalle nubi si udì un latrato. La pelle d’oca ed un ciottolo troppo aguzzo. La sagoma geometrica dell’ospedale sulla collina, una cicatrice sulla nuca. Il tuono ruttò la sua pioggia pesante e opaca sulle stuoie, una bimba inciampò scorticandosi un ginocchio. Latrati e urla, acqua che cola, acqua che scende.

La polla di catrame ribolliva. Il puzzo tappava i polmoni, e poi fece improvvisamente freddo. Non c’era tempo per raccogliere i vestiti, non c’era modo di raggiungere la strada, non c’era spazio per correre veloci. Sopra, una pressa di gocce; sotto, il nero tanfo della decomposizione; ai lati la paura della gente, una grotta, un cane, ciottoli, ciottoli aguzzi.

I gomiti erano ridotti a brandelli sul prato di ciottoli aguzzi. Nessun suono si udiva ma l’aria era rossa. Sperai che mi fossero scoppiati gli occhi. Pregai perchè mentissero. Fu entrando nell’acqua che superai il dolore. Il cielo tornò azzurro, il pavimento divenne sabbia, i latrati cessarono. E la pioggia, la pioggia pioveva altrove. Così aprii la bocca, ed urlai senza emettere suono alcuno.

punto della situazione

5 Gennaio 2008

La fiamma è al minimo, blu come il led delle casse. Sono accese senza alcun motivo, ma ora che l’ho notato non le spengo, altrimenti sprofonderò in questo pensiero. Guardo la pianta nella sua immobilità e mi chiedo se è felice di vivere in casa mia. Se per lei è uguale, da me o altrove. Non può essere, io l’accudisco, non può essere che per lei sia uguale.

Il led è blu ma la fiamma è spenta. Strano che con un mondo a disposizione, io viva praticamente sulla mia sedia. Sarò fantasma in questa casa quando non sarò più io a sedermi qui. Ma il pensiero non mi turba, nè è un pensiero triste. Mi è solo venuto in mente. E non mi mordicchio più le unghie come facevo un tempo.

Sono di sicuro inconsapevole di qualcosa. Cosa, non saprei, o ne sarei consapevole. Questo pensiero mi scuote e mi sconfigge. Se un giorno l’uomo vivrà senza corpo, mi chiedo dove andranno a finire le nostre anime intanto che aspettiamo. Un posto c’è, ma la nostra mente non è in grado di comprenderlo. Quelli che ci vanno vicino li chiamano filosofi. C’è poco da ridere.

Mi accorgo di scrivere ciò che mi passa per la mente. Devo fare uno sforzo cosciente per non cancellarmi. Eppure, riesco nell’intento. Non ho alcun interesse a sapere perchè.

Perciò si alzò

2 Gennaio 2008

L’aria entrò fredda e violenta dalla finestra aperta. Le tende flapparono nella solitudine della stanza, scompigliando i fogli lasciati sulla scrivania. Invisibili goccioline d’acqua gli bagnarono il volto, ma nel buio nessuno le avrebbe notate, per cui lasciò che il gelo gli riempisse i polmoni, lentamente. E poi si lanciò nel vuoto, senza mai toccare terra.

La luce arancione si mischiava all’odore di carne. Si era tolto le scarpe e si massaggiava i piedi nei calzini di spugna. Sul tavolo, una birra e del pane; qualcuno alla tv. La grata della finestra dava sul marciapiede, ma solo in pochi, passando, sbirciavano all’interno. Passò il capodanno sperando di sorridere al primo che l’avesse osservato.

C’era tanta folla con gli occhi all’insù, a guardare i fuochi colorare il cielo di rosso e di giallo. Gli sguardi pietrificati e sorrisi alcolici, le orecchie colme di buoni propositi. Tanta felicità fluttante nell’aria, nessuno che riuscisse realmente ad afferrarla. E ancora rosso, nel cielo, e giallo.

Si era messo il vestito buono, ed aveva cenato in salotto. A lei l’odore di muffa non dava fastidio. Aveva alzato i termosifoni e poi si era appisolata poco prima della mezzanotte. Lui le aveva detto che sarebbe tornato, per cui rifiutava di credere che potesse averle mentito su una cosa simile. Ci sperava ogni capodanno, da 30 anni. E se non questo, sarebbe tornato il prossimo anno. Perciò si alzò per sparecchiare.

Viaggia da solo

21 Dicembre 2007

bus vuoto

A Natale si fanno gli auguri. Lo fanno tutti ma non si capisce bene cosa ci si augura. Dopotutto la formula è “buon natale” che non è molto diversa da “buon giorno”, basta che il giorno abbia un nome.

Però buongiorno è buongiorno e buonnatale è rosso, è le palline, la famiglia a tavola, i regali, siamo più buoni, è così e basta, la messa a mezzanotte, 300sms, stacchi la spina, il dolce nel forno, i propositi, i ricordi, l’atmosfera, l’illusione.

A Natale si fanno gli auguri a tutti. Anche a chi non conosci e a gente che manco sai chi è e perchè. E poichè tutti lo fanno, è cosa da farsi. E’ risaputo. Così succede che la lezione finisce, e che (quasi) tutti si attardino. “Auguri!”…”scusa come ti chiami? ah sì, tantissimi auguri!”. A me neanche è venuto in mente, a dire il vero. Me ne sono andato a prendere l’autobus come al solito. Ma ero l’unico alla fermata, perchè gli altri erano ancora intenti a farsi gli auguri. E ho viaggiato da solo, come spesso mi accade.

mi tendo la mano

3 Novembre 2007

Sono giunto all’incrocio. La mia strada mi ha portato qui, e mi vien da vomitare dalla consapevolezza. C’è il vento che mi fa lacrimare gli occhi, ma il cielo è bello e senza nuvole. E c’è il mare, gonfio di futuro.

Ho camminato molto lentamente. Qualche volta, per la fatica e per il dolore, mi son fermato al bordo della strada, a piangere e a riprendere fiato. Ho pregato che qualcuno mi tendesse la mano, ma nessuno è mai passato. Così mi alzavo da solo e più solo. E lentamente, camminando, ho smesso di pregare.

Il sole è basso all’orizzonte.
Nel vuoto in cui mi trovo ci sono io, con la mia serena incompletezza.
Immobile, non penso a niente. Voglio solo respirare e sentire il vento.
Se mi osservo da lontano, mi posso vedere.

Non sono che un uomo.

Domani è già arrivato. Non è quando ti svegli, ma è quando apri gli occhi.
Agire, o aspettare: agire, e piangere; aspettare, e morire. Il vento.
Nella mia immobile attesa, posso ancora scegliere di vivere.
Agire, e forse vivere. Aspettare, e forse capire.

E’ ora di capire, per divenire.

Bad Behavior has blocked 148 access attempts in the last 7 days.

Chiudi
Invia e-mail