Posts Tagged ‘speranza’

il post della giostra nel cielo

5 febbraio 2009

C’è un treno che si muove piano sui fianchi delle montagne a strapiombo sul mare. Dai finestrini aperti si scorge il sole, nascosto dalla vegetazione e dalle vecchie case. Siamo tutti seduti in terza classe, lo sguardo rivolto al mare di ulivi e alle macchie gialle delle ginestre.

Il treno rallenta per attraversare un piccolo ponte, sotto il quale un ruscello scorre per gli ultimi metri. Il suono dell’acqua sui ciottoli già arrotondati, le pagine dei giornale che sta sfogliando quel vecchio. E’ mezzogiorno già da un giorno intero.

Si curva piano, con cautela, quasi a passo d’uomo. Uno spuntone di roccia, un cupo fogliame e l’odore del muschio. La gente si alza dai sedili di legno, il vecchio indossa il cappello. Possiamo uscire. Il cielo è pulito.

Ci fanno salire su un piccolo ascensore, a gruppi di quattro. Ci sediamo nelle macchinine arancioni, poi la giostra si mette in moto. Giriamo nel cielo, lenti e silenziosi, finché non siamo così in alto che nessuno riesce più a distinguere le nostre sagome. Il vecchio si mette a dormire, gli cade il cappello e va a finire in mare. E’ mezzogiorno da un giorno intero.

un posto al sole

9 febbraio 2008

La sua casa affacciava sui bidoni della spazzatura.  Ogni tanto qualche umano buttava un sacchetto troppo grosso e il rumore la spaventava. Il cortile era cupo e vuoto, ma per fortuna non c’erano gatti a rompere le scatole. Di solito usciva a prendere il sole, adagiandosi sulle crepe del muro, e nessuno badava a lei, perchè gli umani restano meno tempo possibile tra i rifiuti.

Le piaceva sentire i raggi sul corpo sottile, la riscaldavano e ritempravano. Da piccola le era capitato di incontrare uno di quei terribili umani che chiamano bambini, i più crudeli e spietati verso le lucertole. Le aveva dato la caccia, e lei era scappata. Poi ancora scappata. Poi le si era avvicinato troppo, e lei si era staccata parte della coda, per proteggersi. Le scocciava un po’, ma al mostro bambino fece impressione e la lasciò in pace, mentre la coda ricrebbe.

Quel giorno si sentiva spavalda, e voleva prendere il sole. Il portone era aperto, e la strada era luminosa, molto invitante. Sgusciò dal rifugio e si insinuò spedita tra le fessure, lungo le mura scolorite. Giunta in strada, restò confusa, ed immobile. Mostri che rotolavano sputando gas dal di dietro, umani con scarpe con punte acuminate, umani che trascinavano cani che pisciavano ovunque, e gatti. Poteva sentirlo. Da qualche parte c’erano gatti, sentiva gli occhi puntati addosso.

Tremò, si voltò di scatto per tornare indietro, ma qualcuno aveva chiuso il portone. Qualche maledetto qualcuno. Provò a passare sotto, ma non riuscì, non c’era spazio, allora cercò di nuovo, e poi ancora di nuovo, più in là. Restò in basso, non voleva farsi notare, lei lo sapeva che 2 occhi la osservavano, lo sentiva, lo percepiva. Il gatto giunse all’improvviso, senza rumore, implacabile e veloce. Al primo assaltò la lucertola si raggelò dal terrore, e lasciò andare la coda. Il gatto si attardò per un secondo, la lucertola strisciò veloce tra le crepe dei marciapiedi, pronta ad infilarsi ovunque potesse sentirsi sicura. Sapeva di doverlo fare, o morire. Fuggì, e non tornò mai più a casa.

Lampadine viola

31 gennaio 2008

Sono in un prato, un prato di primavera, ma l’erba è secca e i fiori hanno i petali raggrinziti. Disteso sul verde, osservo le persone che passano il tempo senza accorgersi che il tempo passa. Una coppia si sdraia poco distante da me, lei è bella ed è sorridente, lui non ha volto, proprio non ce l’ha.

Vorrei vederlo in viso ma non posso, il sole mi acceca. Come per un impulso che non so spiegare mi alzo e mi sdraio accanto a loro. Inizio a parlare con lei, come se fossimo vecchi amici, ma non appena il ragazzo senza volto si accorge di me, comincia a piovere. Non so da dove arrivi quell’acqua, il cielo è blu, ma piove. Alziamo gli occhi, la pioggia ci avvilisce.

E’ subito mezzanotte. La strada è illuminata da lampadine viola. Un automobilista si ferma e mi dà un passaggio. Salgo in auto, e riconosco in lui un mio vecchio amico. Non parla, nè ride. Vorrei abbracciarlo, non lo rivedevo da tanto, ma mi fa un cenno col volto,  come se dicesse: “scendi”, così mi  ritrovo in una piazza con una fontana. Un bronzo che versa l’acqua da una brocca.

La gente ha caldo, e sorride coi piedi a mollo. I riflessi delle luci nell’acqua, qualcuno sorride a qualcuno che sta zitto. La loro presenza mi è insopportabile. Nel bar più vicino ordino una coca cola. Ai tavoli, fiori dai petali vellutati illuminati da lampadine viola. La gente mi osserva come se non avessi un volto.

voglio una notte di mille baci

20 novembre 2007

Voglio una notte di mille baci, di baci sulla bocca, sulla fronte, sugli occhi, di baci, di mille baci e di un bacio in più. Una notte che è sempre l’alba, una notte che dura un secondo, una notte di respiri, di pelle, di abbracci. E di mille morbidi baci.

Voglio una notte che è notte una notte intera, di baci sulle guance, sul collo, sulle mani, di baci, di mille baci e di un bacio ancora. Una notte che le braccia stringono, che le carezze parlano, che le mani dicono.  E voglio i sorrisi, i silenzi, gli occhi. E le mani.

 

Voglio una notte da vergine d’anima, una notte che non finisce, che acceca, ammutolisce, annienta. Una notte che i baci e che le mani. Una notte con gli occhi lucidi e le labbra umide, una notte che inizia ogni secondo, che manca il fiato, che sconvolge, scopre, squarcia.

 

Che anche se è una notte sola, io la voglio.

Verde speranza

11 ottobre 2006

Il pappagallino verde mela abitava in una gabbia verde scuro poggiata su un davanzale davanti a una tenda verde chiaro. Le foglie di lattuga arrivavano ogni giorno dal lato sinistro, il becchime dal lato destro. La vita del pappagallino era molto semplice: due salti di qua, due salti di là, uno “squiiit”, e via da capo per due di qua, due di là, squiit.

I bimbi della casa si ricordavano di quel giocattolo ogni tanto, quando curiosi infilavano i ditini tra le sbarre della verde gabbia per poi ritirarli all’appressarsi dell’incredulo volatile. E poichè erano bimbi, e avevan detto loro che i pappagalli ripetono le parole, cominciavano la lezione di italiano, insegnando parole d’ogni tipo, senza peraltro mai ricevere in cambio una sillaba.

La lunga giornata del pappagallino si svolgeva lenta e piatta tra i due piccoli trespoli: si lisciava le penne, osservava l’universo, rifletteva sul perchè delle cose. In cambio, lattuga e becchime. Dopo un anno di verde prigionia, qualcuno aprì la gabbia, ed il pappagallino fu investito da una corrente d’aria non a strisce, si stupì e si avvicinò al vuoto. Osservò, aprì le ali, e volò. Ah, quanto gli dolevano le ali! Non ricordava più come volare! E non sapeva più dove volare, ma volò in alto e volò via dalla lattuga e via dal trespolo.

L’aria era calda, i colori accecanti, i suoni lo stordivano e le ali gli facevano male, per cui si riposò sul primo ramo del primo albero che incontrò. Non c’era lattuga, e cominciò ad aver paura. In questa nuova gabbia, bisognava volare senza sosta, ma le sue ali gli facevano male. In questa nuova gabbia il becchime era nascosto e non sapeva dove trovarlo; in questa nuova gabbia c’erano uccelli più grandi, dal becco più forte, come quello che volava dritto verso di lui.

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