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20 aprile 2010

Quando vado al parco faccio sempre lo stesso giro. Scendo dal lato sinistro del ponte perché così guardo l’acqua che arriva, non quella che va. E l’acqua che arriva la vedi da lontano, mentre quella che va cambia ogni secondo. Così non so. Poi attraverso il marciapiede e mi viene in mente quando facevo quella stradina per andare all’anagrafe i tempi in cui dovevo cambiare residenza. C’era uno che faceva i tatuaggi.

Poi entro nel parco e c’è sempre qualcuno che invece esce. E’ incredibile. C’era una pianta con le foglie di bronzo ed era bellissima e poi non so dove sia ora, ma mi rifiuto di credere che l’abbiano fatta fuori perché era bellissima, ripeto. Così scendo verso quella specie di grande incrocio e potrei andare a destra ma non voglio perché ci andavo quando ero iscritto a lettere e me lo ricorda e non voglio. Potrei andare a sinistra ma non voglio perché di là non c’è il sole e so che sono venuto al parco perché c’è il sole. Così vado avanti. Prima ci andavo in bicicletta. Come sono nostalgico eppure potrei comprarla una nuova solo che la dovrei parcheggiare dove ci sono le puttane. E non voglio.

E quando vado avanti ci sono i vecchi sulle panchine che parlano eccetto quando si fermano a guardarmi passare, perché io passo come se avessi un posto dove arrivare mentre invece non devo andare da nessuna parte. Solo, non riesco a camminare lento perché mi sembra che così si fa quando non si pensa a niente e si passa il tempo mentre invece io mi illudo che se torno a casa prima poi è meglio. Allora cammino veloce e i vecchi mi guardano, credo, perché potrei sbagliarmi su questa cosa. Ma ci sono delle panchine di marmo dove non mi sono mai seduto perché sono lì in mezzo e si siedono solo i bambini.

Più avanti c’è il chiosco dei gelati. Io non ci vado mai. Ci andai qualche volta. Ora non ci vado e non mi ricordo come lo fa il gelato, che poi non importa perché il gelato migliore lo fa sempre quello dove ti porta l’amico con cui ci vai, eccetto che poi quando vai con un altro amico allora il gelato migliore lo fa quell’altro. Io sono un tipo insicuro così sono sempre quello che lo portano e mai quello che dice quale gelato andare. Però a me piace quello che fa quella gelateria che sta vicino all’ospedale. L’ospedale non c’entra col gelato, è solo che è lì vicino.

Poi arrivo alla vasca con le papere di legambiente e con l’isoletta di robinson crusoe. Lì c’è sempre qualche bimbo che si sporge troppo e la mamma lo chiama. Penso che la gente ha i figli, mentre io no. Però loro dicono che uno non può sapere quello che si prova a essere padre o madre, ma non tengono tanto in considerazione il fatto che non sanno quello che si prova a non poter essere tanto facilmente padre. Non che potrei mantenerlo un figlio. Ho 38 anni e ancora sono in mano a una graduatoria. Allora giro a sinistra, che mi sembra più damina del settecento.

E faccio il giro tutto intorno, che se esco da lì c’è il chiosco che odora di cipolle e poi la strada che facevo quand’ero felicemente infelice, così faccio il giro tutt’intorno e poi torno indietro per il viale largo dove c’è il teatro. Perché lì ci sono i gatti. Oh sono 4, forse 5 anni che dico che prendo un gatto che prendo un gatto e poi non lo prendo. Allora temo che non lo prenderò mai perché è nell’indecisione che vivo sospeso. Guardo i gatti e mi avvicino e poi me ne vado perché loro sono così e io pure. Così c’è la pianta malata e poi dove abitava quella mia amica.

Torno sul viale che quando sono entrato non ho voluto prendere e c’è sempre qualcuno che fa il giocoliere o che prova qualche cosa orientale che tanto fa bene allo spirito e al benessere ma che io non potrò fare mai perché mi vergogno di stare a piedi nudi davanti alla gente. Allora poi risalgo sulla salita e sono quello che esce quando qualcuno entra. Prendo il marciapiede di destra e poi me ne torno a casa. Questo, non oggi. D’estate. Mi fa stare bene, quella mezz’ora. Così intanto penso a un sacco di cose improbabili.

Adesso per esempio ho scritto queste cose. Ma lo so che sto scrivendo tanti post uno dietro l’altro. Quando uno ne scrive uno a settimana quell’uno è bello. Invece quando uno ne scrive cinque di fila il primo è bello il secondo è carino il terzo non c’è male il quarto ok abbiamo capito e il quinto no ora basta. Così è, dai.

Allora poi mi viene in mente quando prendevo la bici e frenavo davanti al lattaio. Che io dicevo sempre ma come è possibile che esiste il lattaio. E poi attraversavo e passavo davanti a quell’altro parco.  Così il semaforo diventava verde e io spingevo sui pedali.

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