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Contiene tre foglie, un libro, dei gomiti

9 marzo 2012

C’erano 1 2 3 foglie sull’albero e basta. Non si capiva come mai non fossero cadute, perché era certo che non potessero essere cresciute da sole dopo che tutte le altre erano cadute. Una due e tre su tre rami lontani, col venticello fresco che le sbatteva da tutte le parti senza riuscire a strapparle. Era una cosa che poteva rimanere a guardare anche per ore, perché nel caso in cui poi una delle tre foglie fosse caduta quel momento non se lo voleva perdere.

Certo, magari poi cadeva proprio mentre tornava a casa oppure durante la notte, o forse non sarebbe caduta nessuna foglia e sarebbe rimasto lì a guardarle tutte e tre con gli occhi sbarrati per non perdersi nessun momento. Quando era entrato nel parco quell’albero non si vedeva, dal cancello cioè, non si vedeva da lì, bisognava scendere, fare due passi e poi sedersi su quella panchina. Allora si vedeva e si vedevano le tre foglie. Aveva scelto la panchina oppure aveva scelto l’albero per lui?

Queste domande fanno solo male.

La gente passava per il viale senza notare nessuna foglia e nessun albero e certamente senza notare lui. Loro passavano e basta, non veloci come il venticello ma freddi ugualmente, come il vento. L’erba sul prato si era piegata solo un po’, con una sfumatura più chiara a chiazze o più scura per chi l’avesse vista dall’altro lato. Ma quel qualcuno non avrebbe visto le tre foglie ed erano quelle che restavano lì senza cadere da chissà quanti giorni.

Si grattò i gomiti, come per far affiorare pensieri nascosti. Un gatto scelse un punto del muretto con tutti i mattoni sgretolati e balzò diritto nella griglia che separava il parco dalla strada. 1 2 3, il vento e gli occhi fissi, poi si alzò e se ne andò dall’altra parte, sentendo le foglie dietro di lui come telecamere. Non se ne sarebbe liberato, a meno che non si fosse arrampicato sull’albero per strapparle. Pensava a quelle tre mentre ne calpestava altre mille. Mille foglie grandi e ingiallite, spappolate tra la ghiaia e i passi della gente, ma 1000 foglie vicine e non tre foglie sole, non 1 2 3.

Prese la via di casa e chiuse la porta, di casa, con le tre foglie davanti agli occhi. Non riuscì a dormire, non riuscì a mangiare, non riuscì a lavorare, ma la notte passò lo stesso e si addormentò all’alba, sfinito, con gli occhi secchi e il cuore che batteva dall’ansia. Era arrivato il sabato già per molti altri. Si alzò e per fortuna le tre foglie erano sparite dai suoi occhi.

Andò al parco per accertarsi che non fossero più lì e quasi pianse quando non le trovò più, di gioia forse, di dolore forse, di emozione senz’altro. I rami erano rimasti soli e non si vedeva più il vento attraversarli. A terra c’erano 1000 foglie, ma un paio erano ancora intatte. Ne raccolse una che sembrava come nuova, si convinse che fosse una di quelle tre e la portò a casa, la mise in un libro, e la dimenticò in tutti i modi in cui poteva dimenticarla.

Poi passarono gli anni e svuotarono la casa e la libreria. Le cose vecchie finirono dove qualcuno poteva guardarle, o forse comprarle. Qualcuno lesse il libro e trovò la foglia. La lasciò marcire tra pagina 39 e 40 per altri cento anni.

Le altre 2 foglie scomparvero in quella notte, in quegli occhi e in quell’alba, su quella ghiaia e sotto quei piedi, in quel punto che non si vede dal cancello e che non sai che esiste a meno che non ti siedi su quella panchina.

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