Posts Tagged ‘vecchiaia’

Candeline sulla torta

18 maggio 2008

La signora anziana viveva da sola da troppi anni. Riceveva poche visite e spesso non cambiava più neanche il centrotavola ad uncinetto. La porta del salotto restava chiusa tutto l’inverno e lei stessa non vi entrava neanche d’estate, quando però si divertiva a vedere i giochi di luce della finestra sul mobile a vetri.

La signora anziana aveva solo due nipoti che però la andavano a trovare raramente. Lei conservava le caramelle ed una bottiglia di liquore per quelle occasioni, e parlava loro di come avesse conosciuto il nonno, tanti e tanti anni prima. I nipoti le portavano biscotti e a volte una sciarpa, poi lei la sera piangeva e restava a guardare la tv, dove davano sempre qualche vecchio film.

La signora anziana andò a comprare il pane e due paste morbide.

La signora anziana aveva un’amica sola, ma l’amica un giorno morì. Andò al funerale e portò dei fiori sulla tomba, poi tornò a casa e restò a guardare i bimbi che giocavano nel cortile. Sistemò le cipolle nel sacchetto, spezzò i gerani nei vasi, volse il capo ricordando quando suo marito le aveva dato un bacio, quella primavera, e poi rientrò in casa. Sistemò una candelina sulla pasta e soffiò. Buon compleanno, si disse.

elemosina

16 novembre 2007

La chiesa è gialla. Una crepa, l’orario delle messe, una donna sui gradini. Accanto a lei, un cane, una scodella, pochi spiccioli. La donna puzza, la donna trema.

Un angolo, una banca, la fermata dell’autobus. Gente che avanza nel pomeriggio e un uomo in ginocchio, le unghie sporche ed una tuta vecchia. Più vecchia. Non c’è neanche il vento e neppure il sole.

Il ragazzo suona la sua fisarmonica nella strada vuota. I ciottoli, sono immobili. Passa il camion della spazzatura. L’uomo si aggiusta la sciarpa, si guarda intorno, poi riprende. Ha i capelli biondi ed il sangue alle dita.

L’indiano zoppica col suo maglione a quadri e un vecchio pantalone da lavoro. La mano è ruvida, si vedono le vene marroni e segni di scottature. Gli occhi sono belli, ma così stanchi. Più stanchi dei miei, più stanchi dei tuoi.

La vecchia non è ancora morta. Può ancora tendere il braccio.

Dimmi pure, che destino avrò

14 aprile 2007

L’odore di detersivo e le piastrelle lucide. Qualcuno rovescia l’acqua sporca da un secchio rosso.
Fiori appassiti in un vaso verde, le foglie si afflosciano nella penombra della stanza. Su una panchina scheggiata una coppia si scambia umidi baci. Un’anatra nuota contro corrente, il fiume limpido di pioggia fresca.

Il ragazzo in bici pedala a fatica, un uomo in gessato grigio lo supera sulla sinistra. All’incrocio, la mamma saluta il figlio che scende dall’auto. La fotocopiatrice sibila senza sosta risuonando nella sala. C’è odore di caffè e di mattina.

La vecchia cade, la ragazza ride, l’altra donna l’aiuta a rialzarsi. Piange dall’imbarazzo più che dal dolore, si mette in cammino claudicante verso il prossimo passo falso che chissà quand’è. E chissà cosa mangerà a pranzo e con chi. E dove. E se avrà ancora dolore e se piangerà. E se ha qualcuno con cui sfogarsi. Ce l’ha?

Brivido, poi suona la campanella della prima ora.

sotto un cielo di fiori svolazzanti

23 febbraio 2007

In banca il suono dei passi rimbomba sul pavimento tirato a lucido. Un uomo con una giacca cammello sfoglia una serie di pagine timbrate in basso a destra, le scarpe nere sembrano nuove, l’orologio invece ha il cinturino vecchio. La signora delle pulizie trascina il secchio d’acqua sporca, e lo ripone col tipico rumore di plastica nell’angolo opposto agli sportelli di marmo, quelli coi vetri separati da ottone ed acciaio. Sul soffitto qualcuno dà la caccia a qualcosa, dietro il lampadario putti e fiori svolazzano in un cielo celeste di sole e di nubi vaporose.

La vecchia si avvicina zoppicando, una fascia vistosa sul polpaccio destro, le gambe arcuate che puoi sentire il crack degli almeno 80 anni che vanno in giro, sempre più stancamente. Non legge il numero sul bigliettino, mi chiede quanto deve aspettare. “Signora ha il numero 118, siamo al 115, ci vorranno pochi minuti, a quest’ora non c’è nessuno“. E lei ringrazia, prova a sedersi ma poi rinuncia, forse alzarsi le sarebbe di troppo impedimento. Resta immobile ed arcuata sotto un cielo di fiori svolazzanti.

Il suo numero appare nel display più lontano, la vecchia non ci arriva in tempo. L’impiegata schiaccia ancora il pulsante, 119, tocca ad una donna sui 30, la vecchia protesta, ma invano: i soldi son già passati di mano, la stampante è già in funzione, il turno è perso, ed è un turno lungo, perchè la trentenne ha da fare molte operazioni. Vado via, la odo supplicare:

“faccia in fretta, per favore, alle 2 arriva mia figlia! Si innervosisce se la faccio aspettare troppo, per favore, per favore!”

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