Verde speranza

11 ottobre 2006

Il pappagallino verde mela abitava in una gabbia verde scuro poggiata su un davanzale davanti a una tenda verde chiaro. Le foglie di lattuga arrivavano ogni giorno dal lato sinistro, il becchime dal lato destro. La vita del pappagallino era molto semplice: due salti di qua, due salti di là, uno “squiiit”, e via da capo per due di qua, due di là, squiit.

I bimbi della casa si ricordavano di quel giocattolo ogni tanto, quando curiosi infilavano i ditini tra le sbarre della verde gabbia per poi ritirarli all’appressarsi dell’incredulo volatile. E poichè erano bimbi, e avevan detto loro che i pappagalli ripetono le parole, cominciavano la lezione di italiano, insegnando parole d’ogni tipo, senza peraltro mai ricevere in cambio una sillaba.

La lunga giornata del pappagallino si svolgeva lenta e piatta tra i due piccoli trespoli: si lisciava le penne, osservava l’universo, rifletteva sul perchè delle cose. In cambio, lattuga e becchime. Dopo un anno di verde prigionia, qualcuno aprì la gabbia, ed il pappagallino fu investito da una corrente d’aria non a strisce, si stupì e si avvicinò al vuoto. Osservò, aprì le ali, e volò. Ah, quanto gli dolevano le ali! Non ricordava più come volare! E non sapeva più dove volare, ma volò in alto e volò via dalla lattuga e via dal trespolo.

L’aria era calda, i colori accecanti, i suoni lo stordivano e le ali gli facevano male, per cui si riposò sul primo ramo del primo albero che incontrò. Non c’era lattuga, e cominciò ad aver paura. In questa nuova gabbia, bisognava volare senza sosta, ma le sue ali gli facevano male. In questa nuova gabbia il becchime era nascosto e non sapeva dove trovarlo; in questa nuova gabbia c’erano uccelli più grandi, dal becco più forte, come quello che volava dritto verso di lui.

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